un’ora.

non faccio mai i resoconti di fine anno ma questo se lo merita.

se lo merita perché questo è l’anno in cui mi sono più cercata, capita, (ri)conosciuta. e non è successo per reazione a qualcosa di pazzesco che mi è capitato o perché fosse in qualche modo necessario, è successo e basta, che quasi non me ne sono accorta.

è successo che ho (sentito più che) capito che mi serviva spazio, uno spazio sacro, come un rifugio, un posto, che poi è diventata un’ora (spesso mezza) che fosse mia e solo mia, da regalarmi ogni singolo giorno.
e che quell’ora doveva essere riempita solo di me, o più semplicemente svuotata da tutto il resto.

e quell’ora lì, che sembra poco, che sembra niente a vederla da lontano, o che a tanti sembra impossibile, un lusso (spoiler: non è vero) ti svela una moltitudine di altre cose che sei, di cui hai bisogno, che sarebbe ora che ti prendessi.

e allora quello che è successo quest’anno è che ho iniziato a fare le cose (anche / prima / soprattutto) per me e ho scoperto che quando inizi a farlo, piano piano tutto il resto si rimette a posto.

che se non insegui la vita, se non sei sempre in apnea (nomen omen), se smetti di mettere in fila tutte le aspettative tue e degli altri, allora tutto piano piano trova un senso, un percorso.
e non è un percorso verso una meta precisa, anzi.
è semplicemente la consapevolezza che il passo che stai facendo in quel momento lì è ok. è quello che ti serve in quel preciso istante.

perché i piani, i programmi, le previsioni, le aspettative, non solo non esistono e non funzionano, ma ti portano via dall’istante che stai vivendo e che la cosa più preziosa che hai.

questo vi auguro, per l’anno prossimo: di non aspettarvi niente (e di prendervi tutto).

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