Una casa alla fine del mondo | Michael Cunningham

Restammo così per un pezzo, a capo chino, immobili e vagamente compiaciuti, come un paio di zitelle che hanno imparato a trovare consolazione nella sofferenza insondabile del mondo.

Ho sempre immaginato di poter arrivare alla saggezza attraverso una serie di causalità, come bluffando.

Forse la sorpresa più grande della vita coniugale è la sua persistente cerimoniosità, anche quando sei arrivata a conoscere il corpo e le abitudini dell’altro meglio dei tuoi.

Non mi garbava pensare che entrambe le alternative – una vita fuori misura, pericolosa, o una vita tranquilla da salariato – conducevano prima o poi allo stesso vago disagio, allo stesso convincimento che la nuova generazione avrebbe dovuto migliorare la propria sorte

Il guaio di un’unione tranquilla è che non accetta di spezzarsi – non succede mai che l’ingiustizia o la crudeltà creino un’apertura dalla quale, senza sentirsi in colpa, si possa entrare in una nuova vita. Si vive di piccole cose: una cucina disposta esattamente come tu la volevi, pomodori che maturano su viticci che hai piantato e legato con le tue mani.

“Un tipo pensieroso, credo,” […] “Uno di quegli individui silenziosi e umorali che la gente definisce ‘difficili’, intendendo dire in realtà che sono dei rompicoglioni.”

Le persone che sono state oggetto di cure affettuose non possono immaginare quanta libertà ci sia nell’essere cattive.

[Michael Cunningham, Una casa alla fine del mondo, Bompiani 2003]

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