Un karma pesante | Daria Bignardi

questo libro inizia così:

Sono a novemila metri di altezza e sto morendo. L’aria si blocca dentro al petto, non va giù. Ho il fiato mozzo e un macigno sul petto. Soffoco. Da due giorni respiro male. Pensavo fosse ansia: è un periodo di centocinquanta cose insieme. Invece sto morendo soffocata.
O è un infarto?
È iniziato quando il comandante ha detto di allacciare le cinture per una turbolenza. Era mezz’ora che mi scappava la pipì ma mi dispiaceva svegliare Pietro che dormiva. Mi sono decisa, l’ho scavalcato e ho camminato fino in fondo al corridoio, barcollando per gli scossoni. Al ritorno sudavo. Mi sono seduta in fretta nel posto libero accanto a Pietro e l’ho chiamato battendogli un dito sulla clavicola: «Parlami. Prova a distrarmi. Sento che mi sta venendo qualcosa».
Comincio a piangere e lui mi stringe la mano cercando argomenti: «Come si chiama il tedesco che devi vedere a Taormina per il film?».
Pietro pensa che solo il lavoro mi distragga, ma io sto morendo, non respiro più. Ansimo e piango, con la faccia schiacciata contro la sua spalla. Arriva una hostess e sento che le dice: «Ha mal d’orecchie”, per proteggere una privacy della quale non m’importa più niente, dal momento che sto morendo. Singhiozzo più forte mentre ascolto la mia voce chiedere aiuto piano, ma non abbastanza perché i vicini dall’altra parte del corridoio non domandino a Pietro cosa sta succedendo. Non vedo niente ma sento tutto amplificato.
«Quanto manca?» biascico.
Pietro risponde: «Pochissimo», e mi stringe la mano più forte. Mi fano davvero male le orecchie adesso – malissimo -, ma è niente in confronto al senso di oppressione che mi schiaccia il petto.
È un infarto, ho capito. Devo sdraiarmi per terra. Devo provare a respirare. Faccio per alzarmi ma sono paralizzata. Il sussulto del carrello che sbatte sulla pista di atterraggio mi riscuote, ma ormai è troppo tardi.
Muoio.

[Daria Bignardi, Un karma pesante, Mondadori 2010]

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