La cascata | Margaret Drabble

Sembrava che la gente come si deve, la gente del mondo reale, reclamasse con disinvoltura la propria identità, vi adattasse la propria professione, indossasse con aria di sfida l’uniforme, la voce, la faccia del proprio io; ma lei sentiva di non essere nulla, nebulosa, vaga, non identificabile.

Ferite senza senso, sofferenze cercate, combinazioni irrilevanti.

La stupiva la sua incapacità di fare qualsiasi cosa per colmare la differenza assoluta tra la sua presenza e la sua assenza. Quando lui non c’era, la sofferenza per la sua assenza era così acuta che pensava sarebbe continuata anche dopo, quando lui era con lei: e quando lui era presente, le stava così vicino che lei pensava di riuscire a mantenere qualche traccia della sua presenza a tenerle compagnia dopo la sua partenza. Ma non c’era niente da fare, assolutamente niente.

Con il passare del tempo avevano imparato le domande da fare: all’inizio si erano chiesti queste cose spinti unicamente dalla fede nel valore comunicativo delle parole, parole qualsiasi, nonostante i loro pensieri fossero altrove, inarticolati, inesprimibili […] (lei) stava cominciando a conoscere le sue ansie quotidiane, e lui faceva lo stesso con lei. […] Queste cose, che all’inizio le erano sembrate al di fuori della sua capacità di immaginazione, le stavano diventando familiari: le tenui strutture che avevano costruito fra di loro, esili ombre e ponti impalpabili, un giorno forse avrebbero retto il peso dei veri piedi. Questa era la speranza dei suoi momenti migliori. Sembrava quasi la promessa di una specie di futuro.

[Margaret Drabble, La cascata, Luciana Tufani Editrice 2000]

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