La casa del sonno | Jonathan Coe

«Anche Napoleone dormiva pochissimo. E anche Edison. Vedrai che molti grandi personaggi erano così. Pare che Edison disprezzasse il sonno: e a buon diritto, secondo me. Anche io lo disprezzo, e disprezzo me stesso perché ne ho bisogno.» […]
«Ma perché disprezzarlo, poi? Non capisco.»
«Te lo dico io il perché: perché chi dorme è indifeso; è senza potere. Il sonno lascia anche gli individui più forti alla mercè dei più deboli e dei più imbelli. T’immagini cosa dev’essere, per una donna della tempra di Mrs Thatcher, per una donna della sua statura morale, essere obbligata ad accasciarsi quotidianamente in quella postura di sottomissione abbietta? Col cervello disabilitato. Con i muscoli flaccidi, inerti. Deve essere insopportabile.»
«Sai che non ci avevo mai pensato prima d’ora,» […] «il sonno come grande livellatore.»

Già, sempre a Robert si tornava, e qui Sarah cominciava immancabilmente a prendersela con se sessa. Erano passati dodici anni, non lo vedeva da dodici anni […], eppure bastava che qualcosa glielo ricordasse, fosse anche il dettaglio più trascurabile e incidentale, e tutta l’antica pena tornava a galla di colpo. Una pena che né il passare del tempo né i mesi sfiancanti dell’analisi […] erano mai riusciti a smorzare.
Aveva trentacinque anni, si disse. Non aveva figli. Era divorziata. Non era tempo di lasciarsi alle spalle quell’amicizia breve, distante e da-non-darle-troppa-importanza?

Ci volle pochissimo perché Ruby cadesse in un sonno profondo, e durante la sua facile e dolce discesa nell’incoscenza si stabilì tra Sarah e Robert un silenzio caldo e amichevole. Seduto accanto a lei su quella spiaggia vuota, con il corpo della bambina addormentata che li congiungeva piuttosto che dividerli, Robert sentiva di non aver mai avuto un’intimità così grande con lei. Al calore del sole i suoi pensieri si stemperavano piacevolmente in una fitta foschia; non aveva voglia nemmeno di leggere: era solo felice di trovarsi lì, seduto ad assaporare quel momento di prossimità e a fissare l’oceano fino a farsi dolere la retina per la luminosità dardeggiata dell’acqua lucente. Dopo un po’ si accorse che anche Sarah aveva posato il romanzo e guardava anche lei verso il mare, con gli occhi grigiocelesti pellucidi di beatitudine, ubriaca di sole.

[Jonathan Coe, La casa del sonno, Feltrinelli 2003]

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