Roma | Ugo Cornia

Perché ogni tanto capita che ti si forma una specie di perfezione generale della tua vita, e si forma sicuramente a livello preconscio, quello che non vedi mai se non nel fatto che in modo generico ogni cosa ti sembra bella e giusta, e la mia vita mi piaceva moltissimo, una specie di vita a motivo musicale melodico, una specie di tiarariii, tiararaaa che mi piaceva moltissimo nel senso che io non mi accorgevo neanche ma il mio sotto cervello, o forse anche il sottocorpo, si fischiavano continuamente questo motivo musicale coi gesti e coi pensieri mentre facevano qualsiasi cosa, e ogni giornata si incastrava perfettamente con le altre.

E questo star bene, quello del «fisicamente», per ottenerlo uno produce sempre uno scollamento forte tra sé e la sua vita, che alla fine rende completamente inutile perfino lo stare. Cioè lo stare al mondo in quanto tale, senza ulteriori specificazioni. Dopo vedi il tuo stare che va a finire a dei chilometri di distanza. Mentre per esserci, al mondo, il tuo stare, anche se non succede quasi mai, deve coinciderti completamente. E anch’io, pur non avendo cercato niente, stavo così, cioè di continuo tra il mio io e il mio me in una specie di rapporto di coincidenza occasionale, svagata e saltuaria. Come quando uno è sempre due metri a lato delle cose che lo riguardano, o come quelli che gli parli e rispondono sempre con un secondo di ritardo e in modo un po’ sbagliato.

[…] va detto che tra Milano e Roma esistono degli sfasamenti di orario mica da poco. Perché quando uno a Roma, alle nove e mezza, entra in ufficio e si ascolta la sua segreteria telefonica, trova subito due o tre messaggi che vengono da Milano, il primo alle otto, il secondo alle otto e tre quarti, il terzo, che dà sull’ansioso, verso le nove. Mentre quando a Roma inizia il pomeriggio pieno, verso le cinque e mezzo, telefoni a Milano e capisci dal tono della voce di chi risponde che tutto l’ufficio è già in atmosfera di smantellamento serale, e alle sei e mezzo se trovi ancora qualcuno è un miracolo. Alle otto di sera telefoni per puro scrupolo e lasci dei messaggi disperati che i milanesi ascolteranno la mattina dopo verso le otto. Poi, alle otto, i milanesi ti richiameranno immediatamente, ma tu ascolterai il loro messaggio verso le dieci. E così poi ripartiva la giornata lavorativa.

[Ugo Cornia, Roma, Sellerio Editore 2004]

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