Qualcuno con cui correre | David Grossman

«[…] Cosa credi? Che voglia stare sola? Ma sono fatta così, non riesco ad avvicinarmi veramente a nessuno. È un dato di fatto. È come se mi mancasse quella parte dell’anima che si incastra negli altri, come nel Lego. Che si unisce veramente a qualcun altro. Alla fine tutto cade a pezzi. Famiglia, amici. Non resta più niente.»

C’è un momento in cui si compie un piccolo passo, pensò, si devia di un millimetro dalla solita via, a quel punto si è costretti a posare anche un secondo piede e d’un tratto si finisce su un percorso sconosciuto.

Chiuse il diario. Gli occhi le si appannarono davanti a uno scarabocchio osceno sulla porta. Se solo avesse potuto portarlo con sé, laggiù. Ma non poteva. Cosa avrebbe fatto senza? Come avrebbe capito se stessa senza scrivere? Con dita insensibili strappò la prima pagina e la gettò fra le gambe della tazza. Poi un altro foglio, e un altro ancora. Un attimo. Cosa c’era qui? “Un tempo piangevo moltissimo ed ero piena di speranza. Oggi rido parecchio, un riso disilluso.” Nell’acqua. “Probabilmente mi innamorerò sempre di qualcuno che ama qualcun altro. Perché? Così. Ho un talento particolare per le situazioni impossibili. Tutti hanno talento per qualcosa.” La strappò. “La mia arte? Non lo sai? Morire il presente.”

«Hai bisogno di uno con una mano grande così» aveva sentenziato Leah, «e sai perché?»
[…] «Uno che se ne sta con la mano alzata, forte, ferma, come la statua della Libertà ma senza quel cono gelato. Solo con la mano aperta, in alto, allora tu…» Leha sollevò la sua mano squadrata, ruvida, con le unghie rosicchiate e la agitò, come fosse un uccellino in volo, «…tu, da lontano, da qualsiasi punto della terra, vedrai quella mano e saprai che lì potrai posarti e riposare»

[David Grossman, Qualcuno con cui correre, Mondadori 2005]

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