L’uomo che cade | Don DeLillo

Non erano solo i giorni e le notti passate a letto. Il sesso era ovunque, all’inizio, nelle parole, nelle frasi, nei gesti appena accennati, nei minimi indizi di alterazione dello spazio. Lei posava un libro o una rivista, e intorno a loro si adagiava una piccola pausa. Anche quello era sesso. Camminavano per strada insieme e si vedevano riflessi in una vetrina polverosa. Era sesso una rampa di scale, il modo in cui lei avanzava rasente il muro e lui subito dietro, toccarsi o meno, sfiorarsi leggermente o premere forte, sentire lui che la incalzava dal basso, passandole una mano intorno alla coscia, bloccandola, per poi superarla e piazzarsi davanti a lei, che gli stringeva il polso.

– Mi sono dimenticata come si fa a parlare con te. Questa è la chiacchierata più lunga che abbiamo fatto. – Eri più brava di chiunque altro. A parlare con me. Forse il problema era proprio quello. – Credo di aver disimparato. Perché adesso me ne sto seduta qui e penso che avremmo così tante cose da dirci. – Non così tante. Prima ci dicevamo tutto, in continuazione. Esaminavamo ogni cosa, qualsiasi questione, qualsiasi problema. – D’accordo. – E questo ci ha praticamente uccisi.

Sembra ancora un incidente, il primo. Anche da questa distanza, da fuori, con tutti i giorni che sono passati, io lo guardo e penso che è un incidente. – Perché non può che essere così. – Non può che essere così, – disse lui. – Il modo in cui la telecamera sembra quasi sorpresa. – Ma solo la prima volta. – Solo la prima, – disse lei. – Il secondo, quando spunta il secondo aereo, – disse Keith, – siamo già tutti un po’ più vecchi e un po’ più saggi.

Un giorno abbiamo cominciato a parlare, e quella conversazione non si è mai conclusa. – Neppure quand’è finito tutto. – Neppure quando non siamo più stati in grado di trovare cose piacevoli da dire, o qualcosa da dire in generale. La conversazione non si è mai interrotta. – Ti credo. – Dal primo giorno.

[Don DeLillo, L’uomo che cade, Einaudi, 2009]

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