Le correzioni | Jonathan Franzen

E se si restava seduti a tavola abbastanza a lungo, per punizione, o rifiuto, o semplicemente per noia, non ci si alzava mai più.
Una parte di sé rimaneva lì per tutta la vita.
Come se il contatto prolungato e troppo diretto con il puro scorrere del tempo potesse segnare i nervi per sempre, come quando si fissa al lungo il sole.
Come se una conoscenza troppo profonda di ogni interiorità fosse necessariamente dannosa e impossibile da rimuovere.
(Com’era stanca e logora una casa vissuta all’eccesso).

In quel letto c’erano un sacco di respiri. Un sacco di respiri ma nessuna carezza.

E quando l’evento, il grosso cambiamento nella tua vita è semplicemente una presa di coscienza non è strano? Non c’è assolutamente nulla di diverso tranne il fatto che vedi le cose in un altro modo e di conseguenza sei meno impaurita e meno ansiosa e nel complesso più forte: non è sorprendente che una cosa completamente invisibile nella tua testa possa sembrarti più vera di qualunque altra cosa tu abbia mai provato prima? Vedi tutto più chiaramente e sai che stai vedendo più chiaramente.

Tutti cercano di correggere i pensieri, migliorare i sentimenti e lavorare sulle proprie relazioni e attitudini di genitori, invece di sposarsi e allevare figli come facevano una volta.

[…] infine – come un viaggiatore notturno giunto in una stazione ferroviaria reso meno squallida delle precedenti soltanto dalla luce fioca del mattino, dai piccoli miracoli della visibilità ripristinata: una pallida pozzanghera nel parcheggio ghiaioso, il fumo che usciva serpeggiando da un comignolo di lamiera – giunse a una decisione.

[Jonathan Franzen, Le correzioni, Einaudi 2002]

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