Il tempo è un bastardo | Jennifer Egan

Nel giro di soli venti minuti avevano superato di slancio l’agognato punto di contatto-significativo-attraverso-un’esperienza-condivisa e raggiunto la meno desiderabile condizione del conoscersi-troppo-bene.

Mi ricordo di ogni abbraccio che gli ho dato. E ogni volta imparo una cosa: quant’è calda la sua pelle, che ha i muscoli come Scotty anche se lui la maglietta non se la toglie mai. Stavolta scopro il battito del suo cuore, che spinge contro la mia mano da sotto la schiena.

È una cosa che non mi concedevo di fare quasi mai: pensarla e basta, anziché pensare di non pensarla, cosa che invece facevo quasi sempre. Il pensiero di Alice mi è scoppiato dentro, e ho lasciato che si allargasse finché non ho visto i suoi capelli al sole – oro, i suoi capelli erano oro – e ho sentito il profumo di quegli olii che si metteva sui polsi con un contagocce. […] Ho visto la sua faccia quando dentro c’era ancora tutto l’amore, e niente rabbia, né paura, nessuna delle brutte cose che avevo imparato a farle sentire. Entra, diceva la sua faccia, e io l’avevo fatto. Per un attimo, le ero entrato dentro.

«Cazzo, uno se ne va per qualche anno e quando torna trova il mondo alla rovescia», disse Jules rabbioso. «[…] Tutti che ti parlano come se fossero fatti, perché nel frattempo sono lì che mandano e-mail a qualcun altro.»

[…]non si erano più visti né parlati da quando tre settimane prima avevano pranzato insieme; era una persona che viveva nella sua tasca, e alla quale aveva assegnato una vibrazione tutta sua.

[Jennifer Egan, Il tempo è un bastardo, Minimum Fax, 2011]

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