familiari delle vittime.

a leggere Patria, ultimo romanzo di Aramburu ambientato nella Spagna dell’ETA, ci si trova pagina per pagina nei panni di tutte le persone che vengono colpite dall’evento, dall’atto di terrore.

c’è chi si trova ad essere la madre del terrorista e da questa inizia a comportarsi, diventando quasi attivista, sicuramente sostenitrice dell’organizzazione abbracciandosi intorno al figlio anche se di politica non ci ha mai capito niente, perché alla fine, cosa può fare?

c’è il fratello del terrorista, che si allontana il più possibile fisicamente, torna il meno possibile, cerca di non entrarci, ma entrandoci sostenendo Euskadi intellettualmente, scrivendo e parlando alla radio. come dire che c’è ma da lontano.

c’è la sorella del terrorista, che si definisce in antitesi, in accusa del fratello, marcando con ogni sua azione (dal matrimonio in poi) come negazione dell’associazione di pensiero, ma mai negando la fratellanza.

e poi c’è la moglie della vittima, che insegue la verità e la richiesta del perdono, perché alla fine, cosa può fare?

la figlia della vittima, che rifiuta socialmente il ruolo, ma lo interiorizza quasi più di chiunque altro.

proprio la figlia, a un certo punto, annuncia in casa di voler partecipare a un incontro di giustizia riparativa, e quando le chiedono cosa spera di ottenere?, lei risponde:

Non ne ho idea. Ancora non so nemmeno con chi mi incontrerò. Voglio che uno di loro sappia quello che ci hanno fatto e come l’abbiamo vissuto.

e poi continua:

[…] finora tutti quelli che hanno partecipato agli incontri ne hanno tratto giovamento. Non […] risulta che nessuno se ne sia pentito. Ci sono persino vittime che alla fine si sono sentite persone migliori. Provare sollievo a me non sembra una cosa da poco. A partire da l? ben venga tutto quello che di positivo potrà arrivare. Conto sul fatto che la ferita smetta di suppurare. Una cicatrice rimarrà sempre. Però una cicatrice è già una forma di cura. Non so a voi, ma a me piacerebbe che arrivasse il giorno in cui, guardandomi allo specchio, non vedrà soltanto la faccia di una persona ridotta a essere una vittima. […]

c’è questa cosa, fondamentale, qualsiasi sia l’occasione, drammatica o no, di trovare un modo per rompere questa prigione in cui le persone vengono definite in base alle loro relazioni con altri, al lavoro che fanno, a quell’evento drammatico che ha colpito la loro vita, per un errore che hanno commesso. e il percorso della giustizia deve comprendere necessariamente anche questo.

perché le persone sono altro, devono avere la possibilità di essere altro.

(per leggerne di più, e non romanzato, di questo, c’è il libro dell’incontro)

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