Cecità | José Saramago

[…] abbiamo finito col ficcare la coscienza nel colore del sangue e nel sale delle lacrime, e, come se non bastasse, degli occhi abbiamo fatto una sorta di specchi rivolti all’interno, con il risultato che, spesso, ci mostrano senza riserva ciò che stavamo cercando di negare con la bocca.

[…] le risposte non vengono ogniqualvolta sono necessarie, come succede del resto spesse volte che il rimanere semplicemente ad aspettarle sia l’unica risposta possibile.

[…] attraversarono una grande piazza dove c’erano gruppi di ciechi intenti ad ascoltare I discorsi di altri ciechi, a prima vista né questi né quelli lo sembravano […] Si proclamavano la fine del mondo, la salvezza penitenziale, la visione del settimo giorno, l’avvento dell’angelo, la collisione cosmica, l’estinzione del sole, lo spirito tribale, l’umore della mandragora, l’unguento della tigre, la virtù del segno, la disciplina del vento, il profumo della luna, la rivendicazione della tenebra, il potere dello scongiuro, l’impronta del calcagno, la crocifissione della rosa, la purezza della linfa, il sangue del gatto nero, il sopore dell’ombra, la rivolta delle maree, la logica dell’antropofagia, la castrazione indolore, il tatuaggio divino, la cecità volontaria, il pensiero convesso, quello concavo, quello piano, quello verticale, quello concentrato, quello disperso, quello fuggito, l’ablazione delle corde vocali, la morte della parola.

[José Saramago, Cecità, Einaudi 2005]

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