L’amore ai tempi del colera | Gabriel García Márquez

Aveva speso molto denaro, molto ingegno e molta forza di volontà perché non si notassero i settantasei anni che aveva compiuto nel marzo scorso e nella solitudine della sua anima era convinto di aver amato in silenzio molto più di qualsiasi altro a questo mondo.

Gli bastò un interrogatorio insidioso, prima a lui poi alla madre, per comprovare una volta di più che i sintomi dell’amore sono gli stessi del colera.

Era ancora troppo giovane per sapere che la memoria del cuore elimina i cattivi ricordi ed esalta quelli buoni, e che grazie a quell’artificio riusciamo a sopportare il passato.

[…] ma si lasciò portare dalla sua convinzione che gli esseri umani non nascono sempre il giorno che le loro madri li danno alla luce ma che la vita li obbliga ancora molte altre volte a partorirsi da soli.

Qualsiasi cosa la faceva piangere: […] l’odore della sua pelle che sarebbe durato sulla sua per parecchio tempo dopo la morte. […]
Una volta lui le aveva detto qualcosa che lei non riusciva a immaginare: gli amputati sentono dolori, crampi, solletico, alla gamba che non hanno più. Così si sentiva lei senza di lui, sentendolo là dove non c’era più.

[Gabriel García Márquez, L’amore ai tempi del colera, Mondadori 2005]

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