Di sesso, di amore e di altre sconcezze | Fabrizio Casu

Che diavolo vuole dire “ti lascio”?
Mi lasci dove? Sono un pacco? Sono un cane che liberi dal guinzaglio così che possa correre felice per il parco, mentre lo segui con paletta e sacchetto e lo sguardo vagamente annoiato?
Dimmi che te ne vai. Dimmi che non mi ami più – ma anche no, eh? – Andrebbe bene lo stesso. Al massimo dimmi – Dio ce ne scampi e ce ne liberi – che vuoi una pausa per riflettere su di noi, sulla nostra relazione, su come mai, dopo tutti questi anni, a letto facciamo ancora faville mentre tu non sei capace di ricordarti il mio piatto preferito.
Ma non “ti lascio”.
“Ti lascio” è abbandono. È come un vestito che, una volta indossato a casa, ti rendi conto non essere bello come al negozio, quando l’hai provato e comprato sull’onda dell’entusiasmo. Non c’è una commessa che ti rassicura e allora lo lasci. Ecco. Il vestito sì, non me. Perché non stai lasciando una persona, stai lasciando una vita intera, dei ritmi, un sistema basato su noi due, sui nostri battiti cardiaci e mi getti nella solitudine, nel dover ricominciare da capo. Sei come quei genitori che insegnano ai figli ad andare in bici e li rassicurano che li terranno, dopo che hanno tolto le rotelle di supporto, che non li faranno cadere. E poi, a tradimento, staccano le mani.
E io sono caduto.

[Fabrizio Casu, Di sesso, di amore e di altre sconcezze, Blonk 2013]

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