mamma guarda, sono su Glamour (2)

Glamour Show!

back to basics (cose di musica e concerti)

A volte capita nella vita che scegli una strada, una strada bella che ti dà un sacco di fiducia, che ti sembra vada proprio nella direzione che vuoi tu. Ti metti a camminare, sempre più veloce. Sorridi.

Poi a volte capita che, girando l’angolo, quella strada così bella e sicura diventi all’improvviso un vicolo cieco.
Non te lo aspetti e bam. Ci sbatti contro. E il male che fa.
Cadi per terra incredulo.
Non è possibile. Non è vero.
Inizi a dare pugni fino a farti sanguinare le mani. Piangi.

Poi ci appoggi la schiena, in silenzio, e aspetti.
Inizi a pensare, a cercare un modo per tornare indietro, per ricordarti dov’era quel bivio.
Come ci sei finito qui?

Ecco. Io cercando qualcosa che mi aiutasse a ritrovarmi, un incrocio da cui ripartire, ho capito che nella mia vita di punto fermo ce n’è sempre stato uno: la musica.
Non importava dove fossi, con chi fossi. Bastava quella ed ero di nuovo me. Tutta intera.

[piani per il futuro] tornare a circondarsi, immergersi, riempirsi di musica.

Allora si riordinano i cd, si torna a cercare le nuove uscite, dov’ero, cosa mi sono persa?
E si torna ai concerti, quelli belli, con poca gente. Quelli che se ti chiedono il nome del gruppo che vai a vedere quando rispondi ti fanno “chi?!”.

E quando sei lì ti ricordi tutto.

Ti ricordi la fila al freddo al cancello perché io la giacca la lascio in macchina, ti ricordi la birra dell’aspettare che inizi, ti ricordi le teste che si muovo tutte allo stesso ritmo, e il caldo e il fumo.
E ti ricordi che se la lucina dell’ampli rimane accesa, allora fanno il bis.
E ti ricordi che quando arrivi a casa e ti metti a letto hai quel ronzio nelle orecchie.
E quando chiudi gli occhi sei di nuovo tu.

(e comunque sono diventata anziana, ché mi devo mettere gli occhiali se no non vedo il palco)

Exercices de style | Raymond Queneau

Notazioni
Due ore più tardi lo incontro alla Cour de Rome, davanti alla Gare Saint-Lazare. È con un amico che gli dice: «Dovresti far mettere un bottone in più al soprabito». Gli fa vedere dove (alla sciancratura) e perché.

Metaforicamente
In un triste deserto urbano lo rividi il giorno stesso, che si faceva smoccicar l’arroganza da un qualunque bottone.

Distinguo
Due ore dopo lo ritrovo (non nel senso di club) alla stazione Saint-Lazare (che non è un luogo per appestati), dove un tale (che non è un racconto inglese) gli dà il consiglio (non d’amministrazione) di soprelevare (senza bisogno di permessi edilizi) un bottone (ma non nel senso di un enorme contenitore di frassino per liquidi fermentati).

Filosofico
La ricerca si conclude apoditticamente con l’alea indeterminata ma anagogica dell’essere in sé e fuori di sé che si consuma nella esistenzialità del sistema della moda, dove viene noumenalmente illuso di trasportare dal piano categoriale alla deiezione fenomenica il concetto di bottonità.

A supposedly fun thing I’ll never do again | David Foster Wallace

Ormai è una parola abusata e banale, disperato, ma è una parola seria, e la sto usando seriamente. Per me indica una semplice combinazione – uno strano desiderio di morte, mescolato a un disarmante senso di piccolezza e futilità che si presenta come paura della morte. Forse si avvicina a quello che la gente chiama terrore e angoscia. Ma non è neanche questo. È più come avere il desiderio di morire per sfuggire alla sensazione insopportabile di prendere coscienza di quanto si è piccoli e deboli ed egoisti e destinati senza alcun dubbio alla morte.

Ogni giorno sono costretto a compiere una serie di scelte su cosa è bene o importante o divertente, e poi devo convivere con l’esclusione di tutte le altre possibilità che quelle scelte mi precludono. E comincio a capire che verrà un momento in cui le mie scelte si restringeranno e quindi le preclusioni si moltiplicheranno in maniera esponenziale finché arriverò a un qualche punto di qualche ramo di tutta la sontuosa complessità ramificata della mia vita in cui mi ritroverò rinchiuso e quasi incollato su un unico sentiero e il tempo mi lancerà a tutta velocità attraverso vari stadi di immobilismo e atrofia e decadenza finché non sprofonderò per tre volte, tante battaglie per niente, trascinato dal tempo. È terribile. Ma dal momento che saranno proprio le mie scelte a immobilizzarmi, sembra inevitabile, se voglio diventare maturo, fare delle scelte, avere rimpianti per le scelte non fatte e cercare di convivere con essi.

[...] ci sono macchine enormi che sembrano insetti giganti che imitano le condizioni aerobiche di scalinate, barche a remi, bicicletta da corsa e sci di fondo inopportunamente sciolinati, complete di elettrodi per il monitoraggio cardiaco e di cuffiette per la radio; e su queste macchine ci sono persone in lycra che vorresti davvero prendere da parte e consigliare nella maniera più delicata e amorevole di non mettersi mai più quella tutina.

Il modo migliore per descrivere il contegno di Scott Peterson è questo: perennemente in posa per una fotografia che nessuno sta scattando.

La moglie di Scott Peterson è una signora inglese ectomorfica a complessione in qualche modo cuoiosa che sta sotto un enorme sombrero, e ora vedo la signora togliersi il sombrero e riporlo sotto il tavolo d’ottone perdendo così quota sulla sedia.

99 Francs | Frédéric Beigbeder

Il problema dell’uomo moderno non è la sua cattiveria. Al contrario, per ragioni pratiche, l’uomo moderno preferisce, nel complesso, essere buono. Detesta solo annoiarsi. La noia lo terrorizza, mentre non c’è nulla di più costruttivo e generoso che una giusta dose quotidiana di tempi morti, di istanti inerti, da soli o in compagnia. [...] il vero edonismo è la noia. Solo la noia permette di godere del presente, ma tutti hanno l’obiettivo opposto: per divertirsi gli occidentali evadono attraverso la televisione, il cinema, internet, il telefono, i videogiochi, o una semplice rivista. Fanno le cose ma non ci sono mai con la testa, vivono per procura, come fosse un disonore accontentarsi di respirare qui e ora.

L’amore non ha niente a che vedere con il cuore, un organo ripugnante, una specie di pompa fradicia di sangue. L’amore stringe prima di tutto i polmoni. Non bisognerebbe dire ‘ho il cuore a pezzi’ ma ‘ho i polmoni soffocati’. Il polmone è l’organo più romantico: tutti gli amanti si prendono la tubercolosi [...]

“Non l’amavo più ma l’amerò per sempre, non l’ho amata abbastanza perché l’ho sempre amata senza amarla come andava amata”.

Molto spesso vorremmo che la nostra vita fosse solo un sogno. Ci piacerebbe svegliarci, come in certi brutti film, e risolvere con questo trucco tutti i nostri problemi. Al cinema, quando un personaggio affoga, riprende subito conoscenza. Quante volte lo abbiamo visto sullo schermo: l’eroe attaccato da una bestia vischiosa e carnivora, senza più vie di scampo, che, quando il mostro sta per divorarlo, paf, si ritrova sudato nel suo letto. Perché non succede mai nella vita? Eh?
Come si fa a svegliarsi, se non si sta dormendo?

The Waterfall | Margaret Drabble

Sembrava che la gente come si deve, la gente del mondo reale, reclamasse con disinvoltura la propria identità, vi adattasse la propria professione, indossasse con aria di sfida l’uniforme, la voce, la faccia del proprio io; ma lei sentiva di non essere nulla, nebulosa, vaga, non identificabile.

Ferite senza senso, sofferenze cercate, combinazioni irrilevanti.

La stupiva la sua incapacità di fare qualsiasi cosa per colmare la differenza assoluta tra la sua presenza e la sua assenza. Quando lui non c’era, la sofferenza per la sua assenza era così acuta che pensava sarebbe continuata anche dopo, quando lui era con lei: e quando lui era presente, le stava così vicino che lei pensava di riuscire a mantenere qualche traccia della sua presenza a tenerle compagnia dopo la sua partenza. Ma non c’era niente da fare, assolutamente niente.

Con il passare del tempo avevano imparato le domande da fare: all’inizio si erano chiesti queste cose spinti unicamente dalla fede nel valore comunicativo delle parole, parole qualsiasi, nonostante i loro pensieri fossero altrove, inarticolati, inesprimibili [...] (lei) stava cominciando a conoscere le sue ansie quotidiane, e lui faceva lo stesso con lei. [...] Queste cose, che all’inizio le erano sembrate al di fuori della sua capacità di immaginazione, le stavano diventando familiari: le tenui strutture che avevano costruito fra di loro, esili ombre e ponti impalpabili, un giorno forse avrebbero retto il peso dei veri piedi. Questa era la speranza dei suoi momenti migliori. Sembrava quasi la promessa di una specie di futuro.

per la festa della donna

non solo mimose.

ambientarsi nel nuovo quartiere/ la libreria

C’è questa libreria bellissima sotto casa mia, una di quelle vecchio stile, dove tengono anche i libri fuori edizione, le cose particolari. Ogni giorno ci passo davanti, guardo il signore sullo sgabello e penso Prima o poi entro, anche se non ho niente da comprare voglio entrarci, voglio toccare le copertine, conoscere la coppia che lo gestisce, diventare piano piano un cliente abituale.

Poi. Un po’ la timidezza, un po’ l’imbarazzo di entrare in un negozio dove sei l’unico cliente, dove sicuramente osserveranno i tuoi gesti, il tuo modo di muoverti tra i libri.
Insomma. Ho rimandato ogni giorno e ormai è passato un mese.

Oggi. Sarà la giornata di pioggia, sarà che sono stata alla Mondadori e io come mettono i libri lì dentro proprio non lo capisco, mi ci perdo, non mi piace, mi son detta Basta, oggi ci vado, anche se non ho un titolo in testa, anche solo per guardare, anche solo per rompere il ghiaccio.

Allora. Mi sono preparata apposta, sono uscita sotto l’acqua, ho camminato bella decisa fino alla vetrina e niente.
Era chiusa.

Extremely Loud & Incredibly Close | Jonathan Safran Foer

No, non è questo, non c’entra con la mia gioia, con il sollievo delle mie pene. A me piace vedere le persone riunite, forse è sciocco, ma che dire, mi piace vedere la gente che si corre intorno, mi piacciono i baci e i pianti, amo l’impazienza, le storie che la bocca non riesce a raccontare abbastanza in fretta, le orecchie che non sono abbastanza grandi, gli occhi che non abbracciano tutto il cambiamento, mi piacciono gli abbracci, la ricomposizione, la fine della mancanza di qualcuno, mi siedo in disparte con un caffè e scrivo nel diario, controllo gli orari dei voli anche se ormai li conosco a memoria, osservo e scrivo, cerco di non ricordare la vita che non volevo perdere ma che ho perduto e devo ricordare, essere qui mi riempie di gioia il cuore anche se la gioia non è mia.

«Cosa credi che ti stia succedendo?» «Che sento troppo. Ecco che succede.» «Ma tu credi sia possibile che una persona senta troppo? Non è che sente nel modo sbagliato?» «Il mio dentro non corrisponde al mio fuori.» «Credi che esista qualcuno con il dentro che corrisponde al fuori?» «Non lo so. Sono solo io.» «Forse la personalità è proprio questo: la differenza tra il dentro e il fuori.» «Per me è peggio.» «Temo che tutti credano che per loro è peggio.» «Ma per me è peggio davvero.»

«Seppellirò i miei sentimenti nel profondo di me […] Anche se saranno fortissimi non li lascerò uscire. Se dovrò piangere, piangerò dentro. Se dovrò sanguinare, mi verranno dei lividi. Se il mio cuore comincerà a dare i numeri, non ne parlerò con nessuno al mondo. Tanto non serve. Rovina solamente la vita a tutti. » «Ma se seppellisci i tuoi sentimenti nel profondo di te, allora non sarai veramente te stesso, non ti sembra?» «Embè?»

forum della Comunicazione Digitale, io c’ero.

E ne ho scritto su Girl Geek Life.

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