Il fatto è che tu pensi che ci incontriamo sempre a metà strada, io e te.
Non la vedi tutta la fatica che faccio per raggiungerti.
Allora c’è il giorno in cui decido che sto ferma.
Il giorno in cui non mi muovo di un millimetro.
E tu urli da lontano, mi chiami, non capisci.
Non capisci che se non ci vengo io verso di te noi non esiste.
Questa è una di quelle cose che succedono quando lui arriva e mi dice «Senti, ho avuto un’idea, cosa ne pensi?».
Io penso che sia venuto benissimo.
Io ringrazio tutti per averci creduto e Nemo per averlo fatto diventare anche bello da leggere (mica come certe altre produzioni Squonkiane che conosciamo).
Io spero che piaccia anche a voi.
Sì, la città è stupenda, ed è diversa da tutto il resto del mondo.
Sì, quando passeggi per Manhattan ti sembra di essere in tutti i film, in tutti i quadri, in tutte le foto che hai visto per una vita.
Sì, passi le giornate con lo sguardo al cielo, a chiederti cosa farebbe l’uomo pur di raggiungerlo.
Però.
Però la cosa più bella di New York non sono i palazzi, non sono i monumenti, non sono i musei.
Sono le persone.
La cosa più bella è mettersi alla vetrina di un caffè e guardare la gente che passa, perché così tanti colori, così tanti stili e camminate diverse non le vedi da nessun’altra parte.
È come se la città, il marciapiede, ti offrisse in uno sguardo sull’intera umanità.
Hai la possibilità di averla tutta lì, proprio davanti al tuo naso.
Grazie, NYC. Ci vediamo presto.
(note: 1) “play me I’m yours” è un’idea stupenda. 2) il bryant park è il mio posto preferito)
Quando trovo un libro che mi appassiona mi sento all’improvviso più forte perché so che, qualsiasi cosa succeda là fuori, ho sempre un posto in cui rifugiarmi e dimenticare tutto per qualche ora.
È come portarsi una seconda vita di sicurezza nella borsetta.
È un periodo un po’ così, non tanto bello.
Me ne succedono di ogni. E più mi rattristo più me ne succedono.
Però stamattina, indossando i pantaloni pesanti per affrontare questo primo giorno d’estate novembrina, nella tasca ho trovato cinquanta euro.
E lo so che alla fine sono sempre soldi miei che avevo perso quindi non ho fatto altro che pareggiare, però ho pensato che fosse un buon segno, ecco.
Come se fossi seduta in panchina ad aspettare qualcosa.
Come se questa vita non fosse ancora la mia, come fossi tra il pubblico a guardare, a giudicare.
Come se vedessi tutti che corrono, che giocano, che vincono.
Tranne me.
.
Eppure sono pronta, mi sono preparata, ho studiato.
Lo so come si fa. E sono anche brava. Davvero.
So chi sono. E so che mi spetta il posto da protagonista.
E allora perché sono ancora qui, ferma?
“Ogni tanto mi chiedo cosa mai stiamo aspettando.” (silenzio) “Che sia troppo tardi, madame”
E poi ti capita di passare giornate speciali a camminare per un paese di 68mila abitanti (25mila percepiti) con persone a cui vuoi bene, di conoscere qualcuno che fa una cosa bella come questa (leggete, scaricate e ricordate), di leggerne davanti a tutti una scheggia con la voce che trema e il cuore che batte troppo forte.
Capita di essere, anche se solo di sfuggita, parte di qualcosa che ti sembra la cosa giusta.
Aiutare a ricordare per continuare a resistere.
A volte capita nella vita che scegli una strada, una strada bella che ti dà un sacco di fiducia, che ti sembra vada proprio nella direzione che vuoi tu. Ti metti a camminare, sempre più veloce. Sorridi.
Poi a volte capita che, girando l’angolo, quella strada così bella e sicura diventi all’improvviso un vicolo cieco.
Non te lo aspetti e bam. Ci sbatti contro. E il male che fa.
Cadi per terra incredulo.
Non è possibile. Non è vero.
Inizi a dare pugni fino a farti sanguinare le mani. Piangi.
Poi ci appoggi la schiena, in silenzio, e aspetti.
Inizi a pensare, a cercare un modo per tornare indietro, per ricordarti dov’era quel bivio.
Come ci sei finito qui?
Ecco. Io cercando qualcosa che mi aiutasse a ritrovarmi, un incrocio da cui ripartire, ho capito che nella mia vita di punto fermo ce n’è sempre stato uno: la musica.
Non importava dove fossi, con chi fossi. Bastava quella ed ero di nuovo me. Tutta intera.
[piani per il futuro] tornare a circondarsi, immergersi, riempirsi di musica.
Allora si riordinano i cd, si torna a cercare le nuove uscite, dov’ero, cosa mi sono persa?
E si torna ai concerti, quelli belli, con poca gente. Quelli che se ti chiedono il nome del gruppo che vai a vedere quando rispondi ti fanno “chi?!”.
E quando sei lì ti ricordi tutto.
Ti ricordi la fila al freddo al cancello perché io la giacca la lascio in macchina, ti ricordi la birra dell’aspettare che inizi, ti ricordi le teste che si muovo tutte allo stesso ritmo, e il caldo e il fumo.
E ti ricordi che se la lucina dell’ampli rimane accesa, allora fanno il bis.
E ti ricordi che quando arrivi a casa e ti metti a letto hai quel ronzio nelle orecchie.
E quando chiudi gli occhi sei di nuovo tu.
(e comunque sono diventata anziana, ché mi devo mettere gli occhiali se no non vedo il palco)