Category: books

Nov 13

47 poesie facili e una difficile | Velimir Chlebnikov

Quando stanno morendo, i cavalli respirano,
Quando stanno morendo, le erbe si seccano,
Quando stanno morendo, i soli si bruciano,
Quando stanno morendo, gli uomini cantano delle canzoni.

Gli elefanti sbattevano le zanne in un modo,
Che sembravano pietra bianca
Nelle mani di uno scultore.
I cervi intrecciavano le corna in un modo,
Che sembrava fossero uniti in un matrimonio antico.
Con reciproche passioni, e reciproci tradimenti.
I fiumi entravano nel mare in un modo,
Che sembrava: che la mano di uno stringesse il collo dell’altro.

Al mattino

Senti il rumore, eh, amico mio?
Questo qua è dio che salta dentro un Pio.

 

[Velimir Chlebnikov, 47 poesie facili e una difficile, Quodlibet 2009]

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Nov 09

Un karma pesante | Daria Bignardi

questo libro inizia così:

Sono a novemila metri di altezza e sto morendo. L’aria si blocca dentro al petto, non va giù. Ho il fiato mozzo e un macigno sul petto. Soffoco. Da due giorni respiro male. Pensavo fosse ansia: è un periodo di centocinquanta cose insieme. Invece sto morendo soffocata.
O è un infarto?
È iniziato quando il comandante ha detto di allacciare le cinture per una turbolenza. Era mezz’ora che mi scappava la pipì ma mi dispiaceva svegliare Pietro che dormiva. Mi sono decisa, l’ho scavalcato e ho camminato fino in fondo al corridoio, barcollando per gli scossoni. Al ritorno sudavo. Mi sono seduta in fretta nel posto libero accanto a Pietro e l’ho chiamato battendogli un dito sulla clavicola: «Parlami. Prova a distrarmi. Sento che mi sta venendo qualcosa».
Comincio a piangere e lui mi stringe la mano cercando argomenti: «Come si chiama il tedesco che devi vedere a Taormina per il film?».
Pietro pensa che solo il lavoro mi distragga, ma io sto morendo, non respiro più. Ansimo e piango, con la faccia schiacciata contro la sua spalla. Arriva una hostess e sento che le dice: «Ha mal d’orecchie”, per proteggere una privacy della quale non m’importa più niente, dal momento che sto morendo. Singhiozzo più forte mentre ascolto la mia voce chiedere aiuto piano, ma non abbastanza perché i vicini dall’altra parte del corridoio non domandino a Pietro cosa sta succedendo. Non vedo niente ma sento tutto amplificato.
«Quanto manca?» biascico.
Pietro risponde: «Pochissimo», e mi stringe la mano più forte. Mi fano davvero male le orecchie adesso – malissimo -, ma è niente in confronto al senso di oppressione che mi schiaccia il petto.
È un infarto, ho capito. Devo sdraiarmi per terra. Devo provare a respirare. Faccio per alzarmi ma sono paralizzata. Il sussulto del carrello che sbatte sulla pista di atterraggio mi riscuote, ma ormai è troppo tardi.
Muoio.

[Daria Bignardi, Un karma pesante, Mondadori 2010]

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Nov 07

Pastorale americana | Philip Roth

[…] un padre per il quale ogni cosa è un incrollabile dovere, per il quale c’è la ragione e il torto e, in mezzo, nulla, un padre il cui miscuglio di ambizioni, pregiudizi e convinzioni è talmente refrattario alla riflessione da rendere il tentativo di sfuggirgli più difficile di quello che sembra. Uomini limitati provvisti di un’energia illimitata; uomini pronti a esserti amici e altrettanto proti a stufarsi di te: uomini per i quali la cosa più seria nella vita è andare avanti malgrado tutto. E noi eravamo i loro figli. Amarli era il nostro dovere.

E poiché non dimentichiamo le cose solo perché non contano, ma le dimentichiamo anche perché contano troppo (perché ciascuno di noi ricorda e dimentica secondo uno schema labirintico che rappresenta un segno di riconoscimento non meno caratteristico di un’impronta digitale), non c’è da meravigliarsi se le schegge di realtà che una persona terrà in gran conto come parti della propria biografia potranno sembrare a qualcun altro che, diciamo, ha per caso consumato diecimila cene allo stesso tavolo di cucina, una deliberata escursione nella mitomania.

L’immagine che abbiamo l’uno dell’altro. Strati e strati d’incomprensione. L’immagine che abbiamo di noi stessi. Vana. Presuntuosa. Completamente distorta. Ma noi tiriamo dritto e viviamo di queste immagini. «Lei è così, lui è così, io sono così. È successo questo, è successo per questi motivi…» Basta.

E, nella vita di tutti i giorni, nient’altro da fare che continuare rispettabilmente ad avere l’enorme pretesa di essere se stesso, con tutta l’onta di essere, invece, solo la maschera di uomo ideale.

Ciò che lui trovava stupefacente era il modo in cui gli uomini sembravano esaurire la propria essenza – esaurire la materia, qualunque fosse, che li rendeva quello che erano – e, svuotati di se stessi, trasformarsi nelle persone di cui un tempo avrebbero avuto pietà. Era come se, mentre la loro vita era ricca e piena, essi fossero, in segreto, stufi di se stessi e non vedessero l’ora di liberarsi del loro discernimento, della loro salute e di ogni senso delle proporzioni per passare all’altro io, il vero io: che era uno stronzo detestabile e completamente illuso.

Lui tenne la mano di Dawn come un uomo tiene la mano della donna che adora, con tutta l’emozione che si riversa nella sua stretta, come se la pressione sul palmo della mano producesse uno scambio spirituale, come se l’intrecciarsi delle dita simboleggiasse ogni intimità. Tenne la mano di Dawn come se non possedesse altre informazioni sullo stato della sua vita.

[Philip Roth, Pastorale americana, Einaudi 2005]

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Oct 22

La centoventotto rossa | Elena Marinelli

(questo libro non lo trovi in libreria, ma se lo chiedi all’Elena, lei lo mette in una busta e te lo spedisce)

Mentre ti aspetto penso che questa cosa delle margherite e di me che te le porto non ti piacerà per niente; mi guarderai severa, come al solito. Non ti piacerà nemmeno che sio io a regalartele perché ti guardo troppo e tu lo sai perché ti penso sempre e tu lo sai che ti guardo e ti penso e anche tu mi pensi e non vuoi che te lo dica: mi tappi sempre la bocca con la mano.
La mia voglia di te la sai tutta, la sentirai arrivare da chilometri perciò le mie margherite le prenderai e le nasconderai, farai finta di nulla, non mi guarderai per giorni e chissà in quale vaso le metterai, se in quello all’ingresso che si vede dallo spioncino della porta o quello nella tua camera da letto che si vede dal cortile.

Le butterai, lo so.

Colleziono cose per ricordarmi i dettagli, io, come il nonno con le barche, metto i puntini sui fatti per non perdere la memoria; io non li capisco quelli che vogliono dimenticare, davvero. Non hanno mai perso nessuno, quelli che lasciano andare i particolari.

Alla nostalgia basta un ricordo solo, non serve un album intero. A me basta un ricordo, un suono, anche solo una nota ricorsiva, e lei arriva, mi fa cadere, cercare le canzoni mentre guardo fuori, non so nemmeno io dove, anche se ho freddo, mi fa aprire le tende anche se entra il sole delle tre dritto sulla mia nuca. Un ricordo solo, nemmeno eccellente, nemmeno troppo importante: c’è, anche fermo e immobile, sono io che gli vado incontro.
[...]
Ma poi finisce la nostalgia a un certo punto, no?
No, non finisce. Tu non sai cos’è la nostalgia. La nostalgia è cronica.

Se dovessi morire domani, scriverei così: la prima volta che t’ho detto ti amo non era stata la prima volta. Te l’ho detto una notte mentre ti guardavo dormire, ma tu non hai sentito.
L’ho detto piano e l’ho messo al sicuro.

[Elena Marinelli, La centoventotto rossa, 2010]

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Oct 17

Senza Veli | Chuck Palahniuk

Questo “kinder casting”, per dirla con le parole di Cholly Knickerbocker, prosegue tutto il pomeriggio. Questa audizione. [...] Questo buffet di bambini abbandonati, frutto di gravidanze indesiderate, progenie di cuori spezzati, questi rosei e paffuti souvenir di stupri, promiscuità, incesti. Impulsi. Rimasugli di divorzi, violenze domestiche e malattie letali nutriti a biberon. Mentre tra le mie mani le setole rosa del pennello si fanno via via più rigide, i bambini, prove viventi di scelte sbagliate, continuano ad arrivare. Relitti depositati del mare che dormono o ridono, il residuo di ciò che un tempo dovette sembrare amore vero.

[...] la memoria non è nient’altro che una scelta personale. Una scelta assai deliberata. Quando ricordiamo una persona – un genitore, un coniuge, un amico – migliore di quanto magari fosse, lo facciamo per creare un ideale, qualcosa a cui noi stessi possiamo aspirare. Ma quanto ricordiamo qualcuno come un ubriacone, un bugiardo, un violento, non facciamo altro che creare una scusa per il nostro pessimo comportamento.
[...] Tutti gli esseri umani non fanno che cercare ragioni per comportarsi bene oppure scuse per comportarsi male.

È dietro un velo che mia amata signorina Kathie somiglia di più alla vera se stessa. Come chi ti lancia uno sguardo dal finestrino di un treno, o dal lato opposto di una strada trafficata, un’immagine resa indistinta dallo sfrecciare del traffico, un volto che potresti sposare in quel momento stesso, e con il quale immaginare di vivere felice per sempre. Il suo viso, armonico e sereno, così pieno di potenziale, di possibilità, sembra la risposta a tutti i mali del mondo.

[Chuck Palahniuk, Senza veli, Mondadori 2010]

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Oct 14

Trattato di funambolismo | Philippe Petit

Là in alto, mentre prende confidenza col suo nuovo territorio, il funambolo si sente solo. Se ne vedrà a lungo la sagoma immobile. Aggrappato con le mani alla passerella davanti a questo cavo orizzontale sul quale non osa posare il piede, si crederebbe che egli beva pigramente il sole al tramonto.
Non è così. Egli sta prendendo tempo.
Misura lo spazio, palpa il vuoto, soppesa le distanze, controlla lo stato degli attrezzi, li predispone. Assapora fremendo quella solitudine: sa che, se ce la fa, sarà funambolo.
Vuole allineare alla verticale dei suoi pensieri, i suoi dubbi e i suoi timori per issare fino a sè il coraggio che gli resta.

Sarete uno scheletro in equilibrio su una lama.
Oltre questo limite milioni di incantesimi, non esenti da paura, vi attendono.

La mia ombra era fedele, mi ha portato fino qui, e se per caso il coraggio mi venisse a mancare, getterò alla rinfusa sul filo il cadavere dei miei ricordi fino a trovarmi nel cuore di un uragano, per meglio scalare ciò che mi riempie di terrore.

Il funambolo, dopo l’ingresso sul filo, si ferma nel bel mezzo e s’inginocchia. Stacca una mano dal bilanciere.
il saluto del funambolo è una dichiarazione di potenza e di trionfo.
Egli getta il suo pugno in faccia ai venti.
Ma al culmine del gesto il pugno si apre, la mano raccoglie la risposta, il funambolo la legge in ginocchio.
Notizie di morte o promesse di gioie, in mezzo al cavo egli non lascia trasparire nulla di ciò che sa.
Offrivo spettacoli ovunque e per chiunque, viaggiando come un trovatore con la mia vecchia sacca di pelle. Ho imparato a sfuggire alla polizia con il motociclo. sono stato affamato come un lupo; ho imparato a dominare la vita.

Ecco il viaggio da fare: alzati quando il filo si mischia alla carta del cielo.

Il filo trema. Si vorrebbe imporgli la calma con la forza, mentre invece bisogna spostarsi con dolcezza, senza disturbare il canto della corda.

Capire la corsa è accordare il vento della camminata al soffio del cavo, senza porsi domande. la corsa non è il modo per andare rapidamente da un’estremità all’altra del filo. La corsa, ah ah! È il riso del funambolo.

Ogni pensiero sul filo è una caduta in agguato.

[Philippe Petit, Trattato di funambolismo, Ponte alle Grazie 1999]

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Oct 13

Roma | Ugo Cornia

Perché ogni tanto capita che ti si forma una specie di perfezione generale della tua vita, e si forma sicuramente a livello preconscio, quello che non vedi mai se non nel fatto che in modo generico ogni cosa ti sembra bella e giusta, e la mia vita mi piaceva moltissimo, una specie di vita a motivo musicale melodico, una specie di tiarariii, tiararaaa che mi piaceva moltissimo nel senso che io non mi accorgevo neanche ma il mio sotto cervello, o forse anche il sottocorpo, si fischiavano continuamente questo motivo musicale coi gesti e coi pensieri mentre facevano qualsiasi cosa, e ogni giornata si incastrava perfettamente con le altre.

E questo star bene, quello del «fisicamente», per ottenerlo uno produce sempre uno scollamento forte tra sé e la sua vita, che alla fine rende completamente inutile perfino lo stare. Cioè lo stare al mondo in quanto tale, senza ulteriori specificazioni. Dopo vedi il tuo stare che va a finire a dei chilometri di distanza. Mentre per esserci, al mondo, il tuo stare, anche se non succede quasi mai, deve coinciderti completamente. E anch’io, pur non avendo cercato niente, stavo così, cioè di continuo tra il mio io e il mio me in una specie di rapporto di coincidenza occasionale, svagata e saltuaria. Come quando uno è sempre due metri a lato delle cose che lo riguardano, o come quelli che gli parli e rispondono sempre con un secondo di ritardo e in modo un po’ sbagliato.

[...] va detto che tra Milano e Roma esistono degli sfasamenti di orario mica da poco. Perché quando uno a Roma, alle nove e mezza, entra in ufficio e si ascolta la sua segreteria telefonica, trova subito due o tre messaggi che vengono da Milano, il primo alle otto, il secondo alle otto e tre quarti, il terzo, che dà sull’ansioso, verso le nove. Mentre quando a Roma inizia il pomeriggio pieno, verso le cinque e mezzo, telefoni a Milano e capisci dal tono della voce di chi risponde che tutto l’ufficio è già in atmosfera di smantellamento serale, e alle sei e mezzo se trovi ancora qualcuno è un miracolo. Alle otto di sera telefoni per puro scrupolo e lasci dei messaggi disperati che i milanesi ascolteranno la mattina dopo verso le otto. Poi, alle otto, i milanesi ti richiameranno immediatamente, ma tu ascolterai il loro messaggio verso le dieci. E così poi ripartiva la giornata lavorativa.

[Ugo Cornia, Roma, Sellerio Editore 2004]

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Oct 11

Il mondo prima che arrivassi tu | Giulia Blasi

Ecco, se esistesse un mestiere al mondo che mi permettesse di vivere così, ritta sui pedali con i capelli al vento verso un posto dove non esistano altro che i libri in cui scelgo di perdermi, quello sarebbe il mio. Nient’altro mi viene altrettanto bene.

Ridiamo, ridiamo, e ridiamo ancora, perché non sappiamo cos’altro fare: abbiamo detto tutto, non ci rimane che liberarci, prendere la bicicletta e buttarci già senza freni, sempre ridendo: perché questo, davvero, non potremo mai raccontarlo e sarà sempre e solo nostro.
Ci potremo sognare ogni notte, e quando sarà finita e non ci piaceremo più non dovremo dircelo, anche quella fine sarà un segreto che non ci farà soffrire. Scivoleremo via uno dalle dita dell’altra senza dolore, salutandoci da lontano senza rimpianti né rimproveri.

Potrei parlarne ancora, potrei parlarne per ore, di come mi sento. In questo momento, sono come immobile all’interno di una gabbia elettrificata. Al minimo movimento, urto le pareti e la scossa mi lascia tramortita.

So cosa vuol dire essere molto amati da qualcuno che ti è semplicemente capitato in sorte per essere uscito dalla stessa pancia. È fortuna.

[Giulia Blasi, Il mondo prima che arrivassi tu, Mondadori 2010]

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Oct 07

Canemucco n. 3

«Questo viaggio non ci trasformerà in qualcosa di più bello e romantico di quel che siamo adesso. Non guastartelo con l’illusione del momento di svolta che il destino baro possa rovinare. Quel che siamo saremo altrove e tali resteremo al ritorno».
«Già… e sono certa tu rimarrai onestamente una merda».
-click-
«Hm… ora ti riconosco, amore mio…»

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Oct 04

L’opera galleggiante | John Barth

[...] i nostri amici ci passano davanti come sulla corrente di un fiume, e noi restiamo coinvolti nella loro vita; poi passano oltre, e noi dobbiamo fidarci di qualche chiacchiera per sentito dire o perderli completamente di vista; tornano indietro sempre sulla corrente, e ci tocca rinnovare l’amicizia, aggiornandoci su quello che è successo nel frattempo, o scoprire che non ci comprendiamo più.

La natura, il caso, può spesso disseminare simboli a piene mani. A volte sembra quasi che te li venga a sbattere in faccia certi significati [...]. Siamo costantemente testimoni d’un sole che prorompe da dietro le nuvole proprio nel momento in cui la squadra di casa prende la palla; di malauguranti rombi di tuono mentre stiamo meditando disordinatamente in casa; stupende albe nei giorni in cui uno ha deciso di mutar vita; uragani che demoliscono la casa dell’uomo cattivo lasciando intatta quella del suo vicino buono, o viceversa; viali della Libertà con cartelli di DIVIETO D’ACCESSO e viali del Cimitero con quelli di STRADA SENZA USCITA. L’uomo le cui percezioni non sono così elementari, il cui palato è in armonia con pietanze più delicate, può soltanto sorridere amaramente e andarsene, rammentandosi che il buon gusto è un’invenzione umana.

È bene acquistare l’abitudine, se vi interessa disciplinare le vostre forze, di liberarsi dalle abitudini. Per cominciare, mutare ogni tanto le abitudini di sana pianta vi salva dall’essere del tutto coerenti (mi pare di avere già spiegato il vantaggio di una limitata incoerenza): poi, vi impedisce di diventare più vassallo del necessario. Fumate? Smettete di fumare per qualche anno. Portate la riga a sinistra? Provate a non portarla affatto. Dormite sul fianco sinistro, a destra di vostra moglie? Mettetevi a dormire sulla pancia, alla sua sinistra. Avete centinaia di abitudini: nell’abbigliamento, nei modi, nel parlare, nel mangiare, nel gusto estetico, nel contegno morale. Violatele ogni tanto, di proposito, e introducetene di nuove al loro posto. A volte ciò vi rallenterà, però tenderete a sentirvi forti e liberi. Ovviamente, non cambiate tutte le vecchie abitudini. Lasciatene qualcuna intatta in eterno; altrimenti sareste coerenti.

[John Barth, L'opera galleggiante, Minimum Fax 2003]

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