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Ensajo sobre a Cegueira | José Saramago

[...] abbiamo finito col ficcare la coscienza nel colore del sangue e nel sale delle lacrime, e, come se non bastasse, degli occhi abbiamo fatto una sorta di specchi rivolti all’interno, con il risultato che, spesso, ci mostrano senza riserva ciò che stavamo cercando di negare con la bocca.

[...] le risposte non vengono ogniqualvolta sono necessarie, come succede del resto spesse volte che il rimanere semplicemente ad aspettarle sia l’unica risposta possibile.

[...] attraversarono una grande piazza dove c’erano gruppi di ciechi intenti ad ascoltare I discorsi di altri ciechi, a prima vista né questi né quelli lo sembravano [...] Si proclamavano la fine del mondo, la salvezza penitenziale, la visione del settimo giorno, l’avvento dell’angelo, la collisione cosmica, l’estinzione del sole, lo spirito tribale, l’umore della mandragora, l’unguento della tigre, la virtù del segno, la disciplina del vento, il profumo della luna, la rivendicazione della tenebra, il potere dello scongiuro, l’impronta del calcagno, la crocifissione della rosa, la purezza della linfa, il sangue del gatto nero, il sopore dell’ombra, la rivolta delle maree, la logica dell’antropofagia, la castrazione indolore, il tatuaggio divino, la cecità volontaria, il pensiero convesso, quello concavo, quello piano, quello verticale, quello concentrato, quello disperso, quello fuggito, l’ablazione delle corde vocali, la morte della parola.

Special topics in calamity physics | Marisha Pessl

È fuorviante immaginare le persone, osservarle attraverso l’occhio della mente, perché non le si ricorda mai per quello che sono davvero: con altrettante incoerenze quanti sono i capelli su una testa umana (tra i 100.000 e i 200.000). La mente, invece, si serve di una stenografa pigra, appiattisce le persone sulle loro caratteristiche dominanti – il pessimismo o l’insicurezza (talvolta trasformandole, soltanto per pigrizia, in buone o cattive) -, e così si commette l’errore di giudicarle solo su questa base rischiando, di conseguenza, a un successivo incontro, di farsi cogliere pericolosamente alla sprovvista.

Era una di quelle circostanze in cui si sente la pelle improvvisamente sottile come la sfoglia su una fetta di baklava, quando si desidera disperatamente che una persona non se ne vada ma si sta zitti per provare l’isolamento nella sua forma più pura, come su una tavola periodica degli elementi un gas nobile, o il pròzio, l’isotopo più comune dell’idrogeno.

Choke | Chuck Palahniuk

Non è che prima dovrebbe fare un disegno di carta? Gli dico: non ti serve un progetto? Ci vogliono permessi, sopralluoghi. Bisogna pagare le tasse. C’è un regolamento edilizio da rispettare.
E Denny dice: «E perché?». [...]
Per dipingere un quadro mica hai bisogno di un permesso, dice. Per scrivere un libro mica devi fare un progetto. Ci sono libri che possono fare molti più danni di quelli che potrebbe fare lui. Una poesia non ha bisogno di sopralluoghi. Esiste una cosa chiamata libertà d’espressione.
Denny dice: «Per fare un bambino non serve un permesso. Perché mai uno dovrebbe chiederlo per costruire una casa?».
E io gli dico: «E se poi costruisci una casa pericolosa, oppure brutta?».
E Denny dice: «Be’, e se poi un figlio ti viene su pericoloso, oppure stronzo?».

«L’unica frontiera che ci rimane è il mondo dell’intangibile. Tutto il resto è cucito troppo stretto».
Ingabbiato da troppe leggi.
Per intangibile la Mamma intendeva Internet, i film, la musica, le storie, l’arte, le voci che corrono, i programmi per computer, tutto ciò che non è reale. Le realtà virtuali. Le simulazioni.
La cultura.
L’irreale è più potente del reale.
Perché la realtà non arriva mai al grado di perfezione cui può spingersi l’immaginazione.

Exercices de style | Raymond Queneau

Notazioni
Due ore più tardi lo incontro alla Cour de Rome, davanti alla Gare Saint-Lazare. È con un amico che gli dice: «Dovresti far mettere un bottone in più al soprabito». Gli fa vedere dove (alla sciancratura) e perché.

Metaforicamente
In un triste deserto urbano lo rividi il giorno stesso, che si faceva smoccicar l’arroganza da un qualunque bottone.

Distinguo
Due ore dopo lo ritrovo (non nel senso di club) alla stazione Saint-Lazare (che non è un luogo per appestati), dove un tale (che non è un racconto inglese) gli dà il consiglio (non d’amministrazione) di soprelevare (senza bisogno di permessi edilizi) un bottone (ma non nel senso di un enorme contenitore di frassino per liquidi fermentati).

Filosofico
La ricerca si conclude apoditticamente con l’alea indeterminata ma anagogica dell’essere in sé e fuori di sé che si consuma nella esistenzialità del sistema della moda, dove viene noumenalmente illuso di trasportare dal piano categoriale alla deiezione fenomenica il concetto di bottonità.

A supposedly fun thing I’ll never do again | David Foster Wallace

Ormai è una parola abusata e banale, disperato, ma è una parola seria, e la sto usando seriamente. Per me indica una semplice combinazione – uno strano desiderio di morte, mescolato a un disarmante senso di piccolezza e futilità che si presenta come paura della morte. Forse si avvicina a quello che la gente chiama terrore e angoscia. Ma non è neanche questo. È più come avere il desiderio di morire per sfuggire alla sensazione insopportabile di prendere coscienza di quanto si è piccoli e deboli ed egoisti e destinati senza alcun dubbio alla morte.

Ogni giorno sono costretto a compiere una serie di scelte su cosa è bene o importante o divertente, e poi devo convivere con l’esclusione di tutte le altre possibilità che quelle scelte mi precludono. E comincio a capire che verrà un momento in cui le mie scelte si restringeranno e quindi le preclusioni si moltiplicheranno in maniera esponenziale finché arriverò a un qualche punto di qualche ramo di tutta la sontuosa complessità ramificata della mia vita in cui mi ritroverò rinchiuso e quasi incollato su un unico sentiero e il tempo mi lancerà a tutta velocità attraverso vari stadi di immobilismo e atrofia e decadenza finché non sprofonderò per tre volte, tante battaglie per niente, trascinato dal tempo. È terribile. Ma dal momento che saranno proprio le mie scelte a immobilizzarmi, sembra inevitabile, se voglio diventare maturo, fare delle scelte, avere rimpianti per le scelte non fatte e cercare di convivere con essi.

[...] ci sono macchine enormi che sembrano insetti giganti che imitano le condizioni aerobiche di scalinate, barche a remi, bicicletta da corsa e sci di fondo inopportunamente sciolinati, complete di elettrodi per il monitoraggio cardiaco e di cuffiette per la radio; e su queste macchine ci sono persone in lycra che vorresti davvero prendere da parte e consigliare nella maniera più delicata e amorevole di non mettersi mai più quella tutina.

Il modo migliore per descrivere il contegno di Scott Peterson è questo: perennemente in posa per una fotografia che nessuno sta scattando.

La moglie di Scott Peterson è una signora inglese ectomorfica a complessione in qualche modo cuoiosa che sta sotto un enorme sombrero, e ora vedo la signora togliersi il sombrero e riporlo sotto il tavolo d’ottone perdendo così quota sulla sedia.

99 Francs | Frédéric Beigbeder

Il problema dell’uomo moderno non è la sua cattiveria. Al contrario, per ragioni pratiche, l’uomo moderno preferisce, nel complesso, essere buono. Detesta solo annoiarsi. La noia lo terrorizza, mentre non c’è nulla di più costruttivo e generoso che una giusta dose quotidiana di tempi morti, di istanti inerti, da soli o in compagnia. [...] il vero edonismo è la noia. Solo la noia permette di godere del presente, ma tutti hanno l’obiettivo opposto: per divertirsi gli occidentali evadono attraverso la televisione, il cinema, internet, il telefono, i videogiochi, o una semplice rivista. Fanno le cose ma non ci sono mai con la testa, vivono per procura, come fosse un disonore accontentarsi di respirare qui e ora.

L’amore non ha niente a che vedere con il cuore, un organo ripugnante, una specie di pompa fradicia di sangue. L’amore stringe prima di tutto i polmoni. Non bisognerebbe dire ‘ho il cuore a pezzi’ ma ‘ho i polmoni soffocati’. Il polmone è l’organo più romantico: tutti gli amanti si prendono la tubercolosi [...]

“Non l’amavo più ma l’amerò per sempre, non l’ho amata abbastanza perché l’ho sempre amata senza amarla come andava amata”.

Molto spesso vorremmo che la nostra vita fosse solo un sogno. Ci piacerebbe svegliarci, come in certi brutti film, e risolvere con questo trucco tutti i nostri problemi. Al cinema, quando un personaggio affoga, riprende subito conoscenza. Quante volte lo abbiamo visto sullo schermo: l’eroe attaccato da una bestia vischiosa e carnivora, senza più vie di scampo, che, quando il mostro sta per divorarlo, paf, si ritrova sudato nel suo letto. Perché non succede mai nella vita? Eh?
Come si fa a svegliarsi, se non si sta dormendo?

The Waterfall | Margaret Drabble

Sembrava che la gente come si deve, la gente del mondo reale, reclamasse con disinvoltura la propria identità, vi adattasse la propria professione, indossasse con aria di sfida l’uniforme, la voce, la faccia del proprio io; ma lei sentiva di non essere nulla, nebulosa, vaga, non identificabile.

Ferite senza senso, sofferenze cercate, combinazioni irrilevanti.

La stupiva la sua incapacità di fare qualsiasi cosa per colmare la differenza assoluta tra la sua presenza e la sua assenza. Quando lui non c’era, la sofferenza per la sua assenza era così acuta che pensava sarebbe continuata anche dopo, quando lui era con lei: e quando lui era presente, le stava così vicino che lei pensava di riuscire a mantenere qualche traccia della sua presenza a tenerle compagnia dopo la sua partenza. Ma non c’era niente da fare, assolutamente niente.

Con il passare del tempo avevano imparato le domande da fare: all’inizio si erano chiesti queste cose spinti unicamente dalla fede nel valore comunicativo delle parole, parole qualsiasi, nonostante i loro pensieri fossero altrove, inarticolati, inesprimibili [...] (lei) stava cominciando a conoscere le sue ansie quotidiane, e lui faceva lo stesso con lei. [...] Queste cose, che all’inizio le erano sembrate al di fuori della sua capacità di immaginazione, le stavano diventando familiari: le tenui strutture che avevano costruito fra di loro, esili ombre e ponti impalpabili, un giorno forse avrebbero retto il peso dei veri piedi. Questa era la speranza dei suoi momenti migliori. Sembrava quasi la promessa di una specie di futuro.

Extremely Loud & Incredibly Close | Jonathan Safran Foer

No, non è questo, non c’entra con la mia gioia, con il sollievo delle mie pene. A me piace vedere le persone riunite, forse è sciocco, ma che dire, mi piace vedere la gente che si corre intorno, mi piacciono i baci e i pianti, amo l’impazienza, le storie che la bocca non riesce a raccontare abbastanza in fretta, le orecchie che non sono abbastanza grandi, gli occhi che non abbracciano tutto il cambiamento, mi piacciono gli abbracci, la ricomposizione, la fine della mancanza di qualcuno, mi siedo in disparte con un caffè e scrivo nel diario, controllo gli orari dei voli anche se ormai li conosco a memoria, osservo e scrivo, cerco di non ricordare la vita che non volevo perdere ma che ho perduto e devo ricordare, essere qui mi riempie di gioia il cuore anche se la gioia non è mia.

«Cosa credi che ti stia succedendo?» «Che sento troppo. Ecco che succede.» «Ma tu credi sia possibile che una persona senta troppo? Non è che sente nel modo sbagliato?» «Il mio dentro non corrisponde al mio fuori.» «Credi che esista qualcuno con il dentro che corrisponde al fuori?» «Non lo so. Sono solo io.» «Forse la personalità è proprio questo: la differenza tra il dentro e il fuori.» «Per me è peggio.» «Temo che tutti credano che per loro è peggio.» «Ma per me è peggio davvero.»

«Seppellirò i miei sentimenti nel profondo di me […] Anche se saranno fortissimi non li lascerò uscire. Se dovrò piangere, piangerò dentro. Se dovrò sanguinare, mi verranno dei lividi. Se il mio cuore comincerà a dare i numeri, non ne parlerò con nessuno al mondo. Tanto non serve. Rovina solamente la vita a tutti. » «Ma se seppellisci i tuoi sentimenti nel profondo di te, allora non sarai veramente te stesso, non ti sembra?» «Embè?»

The Sunset Limited | Cormac McCarthy

- Se la vita che ti aspettavi non era questa, com’era invece?
- Non lo so, non così. Perché, la sua vita è come l’aveva prevista?
- Proprio per niente. Ho avuto quello che mi serviva invece di quello che volevo, e questa è grossomodo la più grande fortuna al mondo.

Per come la vedo io, il mondo non può mai essere migliore di quello che gli permettiamo noi di essere. [...] Bisogna mettersi nella fila giusta. Comprare il biglietto giusto. Prendere il treno dei pendolari normali e tenersi lontani dalla linea veloce. Tenersi sul binario come gli altri pendolari. Magari fargli un saluto con la testa. O addirittura dirgli ciao. Sono tutti viaggiatori pure quelli. E qualcuno sarà stato in posti dove la gente di solito non vuole andare. E non ci volevano andare manco loro. Magari ti possono raccontare come ci sono arrivati, e così ti risparmiano un viaggio che sarai contento di non aver fatto.

Amore mio infinito | Aldo Nove

Allora per un istante ho avuto questo pensiero e tutto mi è stato chiaro non era altro che una recita un continuo rimandare altrove il dolore che ci prende ogni volta che ci accorgiamo che c’è sempre qualcuno che stravolge completamente la tua vita e allora ti inventi delle cose per tenere occupato il tempo per non accorgerti del tempo per non sentire il rumore del cuore che dice sentimi, adesso esisti, adesso esisti e tu cerchi di impazzire, di non capire più nulla di capire tutto quello che non c’entra nulla, impari a memoria le capitali del Sudamerica, studi i dribbling di Tardelli, la perifrastica passiva, confronti le marche, i diversi tipi di carne in scatola.

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