E poi ti capita di passare giornate speciali a camminare per un paese di 68mila abitanti (25mila percepiti) con persone a cui vuoi bene, di conoscere qualcuno che fa una cosa bella come questa (leggete, scaricate e ricordate), di leggerne davanti a tutti una scheggia con la voce che trema e il cuore che batte troppo forte.
Capita di essere, anche se solo di sfuggita, parte di qualcosa che ti sembra la cosa giusta.
Aiutare a ricordare per continuare a resistere.
Archive for April, 2010
schegge di (vita e di) liberazione.
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Soffocare | Chuck Palahniuk
Non è che prima dovrebbe fare un disegno di carta? Gli dico: non ti serve un progetto? Ci vogliono permessi, sopralluoghi. Bisogna pagare le tasse. C’è un regolamento edilizio da rispettare.
E Denny dice: «E perché?». [...]
Per dipingere un quadro mica hai bisogno di un permesso, dice. Per scrivere un libro mica devi fare un progetto. Ci sono libri che possono fare molti più danni di quelli che potrebbe fare lui. Una poesia non ha bisogno di sopralluoghi. Esiste una cosa chiamata libertà d’espressione.
Denny dice: «Per fare un bambino non serve un permesso. Perché mai uno dovrebbe chiederlo per costruire una casa?».
E io gli dico: «E se poi costruisci una casa pericolosa, oppure brutta?».
E Denny dice: «Be’, e se poi un figlio ti viene su pericoloso, oppure stronzo?».
«L’unica frontiera che ci rimane è il mondo dell’intangibile. Tutto il resto è cucito troppo stretto».
Ingabbiato da troppe leggi.
Per intangibile la Mamma intendeva Internet, i film, la musica, le storie, l’arte, le voci che corrono, i programmi per computer, tutto ciò che non è reale. Le realtà virtuali. Le simulazioni.
La cultura.
L’irreale è più potente del reale.
Perché la realtà non arriva mai al grado di perfezione cui può spingersi l’immaginazione.
[Chuck Palahniuk, Soffocare, Mondadori 2003]
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back to basics (cose di musica e concerti).
A volte capita nella vita che scegli una strada, una strada bella che ti dà un sacco di fiducia, che ti sembra vada proprio nella direzione che vuoi tu. Ti metti a camminare, sempre più veloce. Sorridi.
Poi a volte capita che, girando l’angolo, quella strada così bella e sicura diventi all’improvviso un vicolo cieco.
Non te lo aspetti e bam. Ci sbatti contro. E il male che fa.
Cadi per terra incredulo.
Non è possibile. Non è vero.
Inizi a dare pugni fino a farti sanguinare le mani. Piangi.
Poi ci appoggi la schiena, in silenzio, e aspetti.
Inizi a pensare, a cercare un modo per tornare indietro, per ricordarti dov’era quel bivio.
Come ci sei finito qui?
Ecco. Io cercando qualcosa che mi aiutasse a ritrovarmi, un incrocio da cui ripartire, ho capito che nella mia vita di punto fermo ce n’è sempre stato uno: la musica.
Non importava dove fossi, con chi fossi. Bastava quella ed ero di nuovo me. Tutta intera.
progetti per il futuro: tornare a circondarsi, immergersi, riempirsi di musica.
Allora si riordinano i cd, si torna a cercare le nuove uscite, dov’ero, cosa mi sono persa?
E si torna ai concerti, quelli belli, con poca gente. Quelli che se ti chiedono il nome del gruppo che vai a vedere quando rispondi ti fanno “chi?!”.
E quando sei lì ti ricordi tutto.
Ti ricordi la fila al freddo al cancello perché io la giacca la lascio in macchina, ti ricordi la birra dell’aspettare che inizi, ti ricordi le teste che si muovo tutte allo stesso ritmo, e il caldo e il fumo.
E ti ricordi che se la lucina dell’ampli rimane accesa, allora fanno il bis.
E ti ricordi che quando arrivi a casa e ti metti a letto hai quel ronzio nelle orecchie.
E quando chiudi gli occhi sei di nuovo tu.
(e comunque sono diventata anziana, ché mi devo mettere gli occhiali se no non vedo il palco)
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Esercizi di stile | Raymond Queneau
Notazioni
Due ore più tardi lo incontro alla Cour de Rome, davanti alla Gare Saint-Lazare. È con un amico che gli dice: «Dovresti far mettere un bottone in più al soprabito». Gli fa vedere dove (alla sciancratura) e perché.
Metaforicamente
In un triste deserto urbano lo rividi il giorno stesso, che si faceva smoccicar l’arroganza da un qualunque bottone.
Distinguo
Due ore dopo lo ritrovo (non nel senso di club) alla stazione Saint-Lazare (che non è un luogo per appestati), dove un tale (che non è un racconto inglese) gli dà il consiglio (non d’amministrazione) di soprelevare (senza bisogno di permessi edilizi) un bottone (ma non nel senso di un enorme contenitore di frassino per liquidi fermentati).
Filosofico
La ricerca si conclude apoditticamente con l’alea indeterminata ma anagogica dell’essere in sé e fuori di sé che si consuma nella esistenzialità del sistema della moda, dove viene noumenalmente illuso di trasportare dal piano categoriale alla deiezione fenomenica il concetto di bottonità.
[Raymond Queneau, Esercizi di stile, Einaudi 1983]
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Una cosa divertente che non farò mai più | David Foster Wallace
Ormai è una parola abusata e banale, disperato, ma è una parola seria, e la sto usando seriamente. Per me indica una semplice combinazione – uno strano desiderio di morte, mescolato a un disarmante senso di piccolezza e futilità che si presenta come paura della morte. Forse si avvicina a quello che la gente chiama terrore e angoscia. Ma non è neanche questo. È più come avere il desiderio di morire per sfuggire alla sensazione insopportabile di prendere coscienza di quanto si è piccoli e deboli ed egoisti e destinati senza alcun dubbio alla morte.
Ogni giorno sono costretto a compiere una serie di scelte su cosa è bene o importante o divertente, e poi devo convivere con l’esclusione di tutte le altre possibilità che quelle scelte mi precludono. E comincio a capire che verrà un momento in cui le mie scelte si restringeranno e quindi le preclusioni si moltiplicheranno in maniera esponenziale finché arriverò a un qualche punto di qualche ramo di tutta la sontuosa complessità ramificata della mia vita in cui mi ritroverò rinchiuso e quasi incollato su un unico sentiero e il tempo mi lancerà a tutta velocità attraverso vari stadi di immobilismo e atrofia e decadenza finché non sprofonderò per tre volte, tante battaglie per niente, trascinato dal tempo. È terribile. Ma dal momento che saranno proprio le mie scelte a immobilizzarmi, sembra inevitabile, se voglio diventare maturo, fare delle scelte, avere rimpianti per le scelte non fatte e cercare di convivere con essi.
[...] ci sono macchine enormi che sembrano insetti giganti che imitano le condizioni aerobiche di scalinate, barche a remi, bicicletta da corsa e sci di fondo inopportunamente sciolinati, complete di elettrodi per il monitoraggio cardiaco e di cuffiette per la radio; e su queste macchine ci sono persone in lycra che vorresti davvero prendere da parte e consigliare nella maniera più delicata e amorevole di non mettersi mai più quella tutina.
Il modo migliore per descrivere il contegno di Scott Peterson è questo: perennemente in posa per una fotografia che nessuno sta scattando.
La moglie di Scott Peterson è una signora inglese ectomorfica a complessione in qualche modo cuoiosa che sta sotto un enorme sombrero, e ora vedo la signora togliersi il sombrero e riporlo sotto il tavolo d’ottone perdendo così quota sulla sedia.
[David Foster Wallace, Una cosa divertente che non farò mai più, Minimum Fax 2001]
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Lire 26.900 | Frédéric Beigbeder
Il problema dell’uomo moderno non è la sua cattiveria. Al contrario, per ragioni pratiche, l’uomo moderno preferisce, nel complesso, essere buono. Detesta solo annoiarsi. La noia lo terrorizza, mentre non c’è nulla di più costruttivo e generoso che una giusta dose quotidiana di tempi morti, di istanti inerti, da soli o in compagnia. [...] il vero edonismo è la noia. Solo la noia permette di godere del presente, ma tutti hanno l’obiettivo opposto: per divertirsi gli occidentali evadono attraverso la televisione, il cinema, internet, il telefono, i videogiochi, o una semplice rivista. Fanno le cose ma non ci sono mai con la testa, vivono per procura, come fosse un disonore accontentarsi di respirare qui e ora.
L’amore non ha niente a che vedere con il cuore, un organo ripugnante, una specie di pompa fradicia di sangue. L’amore stringe prima di tutto i polmoni. Non bisognerebbe dire ‘ho il cuore a pezzi’ ma ‘ho i polmoni soffocati’. Il polmone è l’organo più romantico: tutti gli amanti si prendono la tubercolosi [...]
“Non l’amavo più ma l’amerò per sempre, non l’ho amata abbastanza perché l’ho sempre amata senza amarla come andava amata”.
Molto spesso vorremmo che la nostra vita fosse solo un sogno. Ci piacerebbe svegliarci, come in certi brutti film, e risolvere con questo trucco tutti i nostri problemi. Al cinema, quando un personaggio affoga, riprende subito conoscenza. Quante volte lo abbiamo visto sullo schermo: l’eroe attaccato da una bestia vischiosa e carnivora, senza più vie di scampo, che, quando il mostro sta per divorarlo, paf, si ritrova sudato nel suo letto. Perché non succede mai nella vita? Eh?
Come si fa a svegliarsi, se non si sta dormendo?
[Frédéric Beigbeder, Lire 26.900, Feltrinelli 2004]
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La cascata | Margaret Drabble
Sembrava che la gente come si deve, la gente del mondo reale, reclamasse con disinvoltura la propria identità, vi adattasse la propria professione, indossasse con aria di sfida l’uniforme, la voce, la faccia del proprio io; ma lei sentiva di non essere nulla, nebulosa, vaga, non identificabile.
Ferite senza senso, sofferenze cercate, combinazioni irrilevanti.
La stupiva la sua incapacità di fare qualsiasi cosa per colmare la differenza assoluta tra la sua presenza e la sua assenza. Quando lui non c’era, la sofferenza per la sua assenza era così acuta che pensava sarebbe continuata anche dopo, quando lui era con lei: e quando lui era presente, le stava così vicino che lei pensava di riuscire a mantenere qualche traccia della sua presenza a tenerle compagnia dopo la sua partenza. Ma non c’era niente da fare, assolutamente niente.
Con il passare del tempo avevano imparato le domande da fare: all’inizio si erano chiesti queste cose spinti unicamente dalla fede nel valore comunicativo delle parole, parole qualsiasi, nonostante i loro pensieri fossero altrove, inarticolati, inesprimibili [...] (lei) stava cominciando a conoscere le sue ansie quotidiane, e lui faceva lo stesso con lei. [...] Queste cose, che all’inizio le erano sembrate al di fuori della sua capacità di immaginazione, le stavano diventando familiari: le tenui strutture che avevano costruito fra di loro, esili ombre e ponti impalpabili, un giorno forse avrebbero retto il peso dei veri piedi. Questa era la speranza dei suoi momenti migliori. Sembrava quasi la promessa di una specie di futuro.
[Margaret Drabble, La cascata, Luciana Tufani Editrice 2000]
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