Jan 19

come ci siamo conosciuti?

ci sono alcune persone che tecnicamente non avrei mai dovuto conoscere.
non sono state in classe con me, non le ho conosciute sul lavoro e neanche fuori, magari a un concerto o in un locale.
non sono amici di amici, non sono vicini di casa, compaesani, e non li ho conosciuti in vacanza.

tecnicamente, non ci siamo mai presentati.
ci siamo letti.
che non vuol dire niente e vuol dire tutto.
vuol dire che abbiamo passato degli anni a raccontarci le vite, le opinioni, le foto.
a litigare, a innamorarci, a ingelosirci, e poi, dopo un po’, con coraggio e molta timidezza, anche a vederci.

e sono tutte persone che se mi chiedi: ma come vi siete conosciuti?
la risposta è non lo so.
la verità è come se ci conoscessimo da sempre e non ci fossimo visti mai.
ma sono persone di cui so più cose, e cose più intime, di gente che vedo tutti i giorni.
sono persone a cui voglio un bene sincero, e di cui, se non ci avessero buttato a forza su facebook, non saprei neanche il cognome.

è un legame invisibile, che permea l’Italia, che tocca quasi tutte e città, che intreccia mille mondi e mille lavori. è un legame di quelli che quando succede qualcosa di bello o di brutto a uno di noi, vedi come un movimento, un animale fatto di persone che a sincrono si muove, si stringe, si abbraccia.

alcune delle persone a cui voglio più bene, io, non le ho viste mai.
(o forse una volta, a un camp, mille anni fa).

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Jan 15

familiari delle vittime.

a leggere Patria, ultimo romanzo di Aramburu ambientato nella Spagna dell’ETA, ci si trova pagina per pagina nei panni di tutte le persone che vengono colpite dall’evento, dall’atto di terrore.

c’è chi si trova ad essere la madre del terrorista e da questa inizia a comportarsi, diventando quasi attivista, sicuramente sostenitrice dell’organizzazione abbracciandosi intorno al figlio anche se di politica non ci ha mai capito niente, perché alla fine, cosa può fare?

c’è il fratello del terrorista, che si allontana il più possibile fisicamente, torna il meno possibile, cerca di non entrarci, ma entrandoci sostenendo Euskadi intellettualmente, scrivendo e parlando alla radio. come dire che c’è ma da lontano.

c’è la sorella del terrorista, che si definisce in antitesi, in accusa del fratello, marcando con ogni sua azione (dal matrimonio in poi) come negazione dell’associazione di pensiero, ma mai negando la fratellanza.

e poi c’è la moglie della vittima, che insegue la verità e la richiesta del perdono, perché alla fine, cosa può fare?

la figlia della vittima, che rifiuta socialmente il ruolo, ma lo interiorizza quasi più di chiunque altro.

proprio la figlia, a un certo punto, annuncia in casa di voler partecipare a un incontro di giustizia riparativa, e quando le chiedono cosa spera di ottenere?, lei risponde:

«Non ne ho idea. Ancora non so nemmeno con chi mi incontrerò. Voglio che uno di loro sappia quello che ci hanno fatto e come l’abbiamo vissuto.»

e poi continua:

«[…] finora tutti quelli che hanno partecipato agli incontri ne hanno tratto giovamento. Non […] risulta che nessuno se ne sia pentito. Ci sono persino vittime che alla fine si sono sentite persone migliori. Provare sollievo a me non sembra una cosa da poco. A partire da lì ben venga tutto quello che di positivo potrà arrivare. Conto sul fatto che la ferita smetta di suppurare. Una cicatrice rimarrà sempre. Però una cicatrice è già una forma di cura. Non so a voi, ma a me piacerebbe che arrivasse il giorno in cui, guardandomi allo specchio, non vedrò soltanto la faccia di una persona ridotta a essere una vittima. […]»

c’è questa cosa, fondamentale, qualsiasi sia l’occasione, drammatica o no, di trovare un modo per rompere questa prigione in cui le persone vengono definite in base alle loro relazioni con altri, al lavoro che fanno, a quell’evento drammatico che ha colpito la loro vita, per un errore che hanno commesso. e il percorso della giustizia deve comprendere necessariamente anche questo.

perché le persone sono altro, devono avere la possibilità di essere altro.

(per leggerne di più, e non romanzato, di questo, c’è il libro dell’incontro)

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Jan 14

loop.

lo dice bene Fabrizio qui, che ci sono delle canzoni che ti si appiccicano addosso per giorni e non sai bene perché, ma ne hai continuamente bisogno.

canzoni che hanno quel potere lì, come di farfalle nello stomaco, come se ti innamorassi ogni volta e ne volessi ancora e ancora, come se ti raccontassero esattamente quello che sei in quel preciso momento, e le senti proprio nella pancia, che ti rivoltano tutto.

quando, come nel mio caso, come in questi giorni, è una canzone senza parole che sembra dire tutto, come fai a smettere?

che poi, una delle cose più sorprendenti (e magiche) è come questa cosa succeda a ognuno di noi per suoni e versi completamente diversi.
le stesse emozioni che arrivano da luoghi opposti.

(due cose di me, quando mi vedi, tutta precisina e bon ton, non diresti mai: l’amore per il metal e post rock, e quello per le macchine molto, molto tamarre)

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Jan 14

Patria | Fernando Aramburu

Conto sul fatto che la ferita smetta di suppurare. Una cicatrice rimarrà sempre. Però una cicatrice è già una forma di cura.

Però un uomo può essere una nave. Un uomo può essere una nave con lo scafo d’acciaio. Poi passano gli anni e si formano delle incrinature. Di lì passa l’acqua della nostalgia, contaminata di solitudine, e l’acqua della consapevolezza di essersi sbagliato e di non poter rimediare all’errore, e quell’acqua che corrode tanto, quella del pentimento che si sente e non si dice per paura, per vergogna, per non fare brutta figura con i compagni. E così l’uomo, ormai nave incrinata, andrà a picco da un momento all’altro.

E come resiste la gente prima di restituire al pianeta gli atomi presi in prestito. In realtà, la cosa strana ed eccezionale è essere vivi.


[Fernando Aramburu, Patria, Guanda, 2018]

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Jan 03

nebbia.

mentre leggevo il post di Marco con la fondamentale guida sui fendinebbia pensavo che solo noi della bassa potremmo scriverlo, un post così.

perché la nebbia è il nostro elemento naturale, come l’acqua per chi è cresciuto in riva al mare e ne sente per tutta la vita il richiamo.

io ci sono nata e cresciuta nella nebbia.

alla mattina presto, andando a scuola, la nebbia è bassa, bianca, sta come sospesa sulla brina, la luce è irreale e sembra di essersi risvegliati in un mondo nuovo, pulito.
la nebbia della mattina è quando tutto è ancora possibile.

la nebbia durante il giorno è come un filtro sul mondo: gli alberi, le case, le persone diventano ombre dai confini sfumati.
passeggiando te la senti addosso, si mescola con l’alito e ti pare di respirarla. quando c’è la nebbia, mi diceva un amico, niente è così nitido e a disegnare i contorni della realtà ci pensi tu, con la tua immaginazione.

la nebbia di notte è un segreto che conosce bene solo chi ci è cresciuto dentro. le strade diventano una linea bianca che ti porta verso l’ignoto e se ci metti la musica giusta diventa un viaggio da non fermarsi più.

a Milano la chiamano scighera, ma secondo me con la nebbia della bassa non c’entra niente.

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Jan 02

2.

non ho mai fatto buoni propositi per l’anno nuovo perché non è così che funziono e non è così che funziona la mia forza di volontà, anzi.
la mia forza di volontà le imposizioni esterne proprio non le sopporta.

evito anche le pubbliche dichiarazioni di intenti, che sono solo un modo di compromettersi e di avere qualcun altro oltre a te stesso a ricordarti: ma non avevi detto che avresti fatto questo?

la mia forza di volontà, invece, funziona che a un certo punto si decide, quando è pronta.
magari è il 7 febbraio, o il 16 giugno, non è stato pianificato e non è stato dichiarato, ma da quel momento è fatta, il proposito sarà realizzato.

poi, la verità è che il primo gennaio è il giorno più pigro dell’anno, non si può davvero iniziare niente. tutte le aspettative dell’ultimo giorno pesano come macigni e l’unico modo per sopravvivere è continuare a fare gli stessi errori dell’anno prima, almeno per 24 ore.

oggi però è il 2, oggi cambia tutto davvero. o no?

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Dec 29

oro.

c’è questa cosa che si legge sempre in giro che in oriente si usa aggiustare con l’oro le crepe dei piatti così la ferita non viene nascosta ma celebrata, e il piatto stesso aumenta di valore, invece di essere buttato via.

per me le ferite, quelle crepe che si creano con la distanza, con il silenzio, con le incomprensioni, hanno come oro la musica.
la musica è capace di andarle a riempire ogni volta esattamente della cosa che manca, nel taglio che si è creato. a volte è una lacrima, altre volte esattamente quella parola, altre ancora quel giro di chitarra lì, che la prima volta che l’hai sentito eri una persona completamente diversa e quella ferita non potevi neanche immaginare esistesse.

la musica è un oro dalle mille forme, che per tutta la vita si adatta e riempie proprio quello spazio che si è spezzato. e magari non lo ricompone, come un piatto cinese, ma ci cresce dentro, come l’erba nell’asfalto.

il corpo come una cicatrice di note.

Resta con me questa sera
e balla ancora,
danza con me questa sera
spogliami ancora.
È notte e ci soffia all’orecchio
che l’ora già muore
assieme al nostro odore
a questo tuo sapore.

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Dec 27

un’ora.

non faccio mai i resoconti di fine anno ma questo se lo merita.

se lo merita perché questo è l’anno in cui mi sono più cercata, capita, (ri)conosciuta. e non è successo per reazione a qualcosa di pazzesco che mi è capitato o perché fosse in qualche modo necessario, è successo e basta, che quasi non me ne sono accorta.

è successo che ho (sentito più che) capito che mi serviva spazio, uno spazio sacro, come un rifugio, un posto, che poi è diventata un’ora (spesso mezza) che fosse mia e solo mia, da regalarmi ogni singolo giorno.
e che quell’ora doveva essere riempita solo di me, o più semplicemente svuotata da tutto il resto.

e quell’ora lì, che sembra poco, che sembra niente a vederla da lontano, o che a tanti sembra impossibile, un lusso (spoiler: non è vero) ti svela una moltitudine di altre cose che sei, di cui hai bisogno, che sarebbe ora che ti prendessi.

e allora quello che è successo quest’anno è che ho iniziato a fare le cose (anche / prima / soprattutto) per me e ho scoperto che quando inizi a farlo, piano piano tutto il resto si rimette a posto.

che se non insegui la vita, se non sei sempre in apnea (nomen omen), se smetti di mettere in fila tutte le aspettative tue e degli altri, allora tutto piano piano trova un senso, un percorso.
e non è un percorso verso una meta precisa, anzi.
è semplicemente la consapevolezza che il passo che stai facendo in quel momento lì è ok. è quello che ti serve in quel preciso istante.

perché i piani, i programmi, le previsioni, le aspettative, non solo non esistono e non funzionano, ma ti portano via dall’istante che stai vivendo e che la cosa più preziosa che hai.

questo vi auguro, per l’anno prossimo: di non aspettarvi niente (e di prendervi tutto).

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Aug 09

La Svizzera | Paolo Nori

[…] io mi ricordo, c’eran delle volte, i primi tempi, che l’andavo a prendere, che lei entrava, si sedeva di fianco, avevo una Fiat 1100, che eran delle macchine larghe, non come quelle di adesso, e lei era così piccolina, non so come dire, lei, così piccolina, mi riempiva la macchina, e io non riuscivo a guardarla, non mi sembrava vero che avevo la macchina piena di Germana, e non parliamo del dopo, che dopo… Cioè, io c’è stato, all’inizio, piccolina era piccolina, ma… mi sembrava che aveva tanta di quella pelle.

[…] è una cosa, non so come dire, io, mi bastava guardarla, al mattino, nella luce della cucina, […] l’odore del caffè, e lei sulle braccia le si vedeva la peluria bionda che aveva, ma dei peli piccolissimi, che si vedevano solo controluce, e il movimento che faceva quando beveva il caffè, la testa che andava in giù, e io non ero più niente, mi sembrava di morire, io in quei miomenti se mi veniva un colpo sarei stato contento, quei primi anni lì, poi primi, erano quindici, che quando andavo a letto, io non vedevo l’ora di svegliami, non so se mi capisci.

[Paolo Nori, La Svizzera, Il Saggiatore, 2013]

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Jun 17

Nessuno più scrive belle canzoni | Fabrizio Casu

Spera nell’amore della vita, quello con cui ti sistemi per sempre e smetti di preoccuparti di cercarlo perché finalmente puoi pensare ad altro, ai figli che non arrivano o che sono arrivati, ai genitori che invecchiano, alla nuova casa e al lavoro che va male e a tutte quelle cose che fanno schifo, ma che affronti abbracciata a una persona che ami e che sei contenta di avere accanto, anche quando la uccideresti con le tue mani perché non ha abbassato la tavoletta.

– Sei tipo… che ne so… sei tipo un film di Quentin Tarantino prima del massacro. Hai presente, no? – non dice nulla – Dai, quando c’è una sparatoria e muoiono tutti, ma prima c’è questa tensione che sale e sale e tu aspetti l’esplosione. – OK. – Ecco, tu sei così, sei prima dell’esplosione. Solo che non esplodi mai e quindi, insomma, non è che sia poi ‘sto gran film.

Quel giorno lì, quel giorno in cui tutto è finito, è stato tutto banale, come qualsiasi rottura. Ci sono state due persone che hanno smesso di stare insieme, dopo un tempo passato a conoscersi meglio, a capire l’altro da un semplice sguardo. Io e lei abbiamo smesso di essere due innamorati e siamo diventati due sconosciuti, perché l’altro non faceva più parte della propria vita e perché, improvvisamente, non ci si riconosceva più niente di quello che ci aveva fatto innamorare.

Sai quella cosa che si dice, che si è sempre in tempo per tornare indietro e rimediare ai propri errori? Non è vero, è una balla inventata per venderti i cioccolatini. Non si torna indietro, spesso gli errori che fai sono l’unica cosa che ti rimane.

Quella non ero io e non voglio tornare a fingere di esserlo.

[Fabrizio Casu, Nessuno più scrive belle canzoni, Blonk, 2015]

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