Nov 28

Manuale pratico di giornalismo disinformato | Paolo Nori

mi ero messo a fare quella lista di cose che succedevano, ma piccole, per esempio […] tutte le volte che stavi facendo una cosa e non riuscivi a finirla perché stava venendo su il caffè. Oppure le volte che aspettavi una lettera, ma urgente, e arrivavi a casa di corsa, e nella cassetta delle lettere c’eran una bolletta. […] O quando stavi camminando per strada e ti fermavi perché ti eri dimenticato qualcosa, e ti veniva da pensare che quello che avevi appena fatto, quel fermarti all’improvviso, era un gesto così umano, così tuo, che valeva la pena dimenticarsi qualcosa per fare quel gesto lì. O quando giocavi a pallone, da piccolo, che facevi una bella azione, o un gol, e poi avevi l’impressione che tutti ti guardavano, e non sapevi dove mettere le mani, le gambe, che faccia fare, che atteggiamento prendere, e sentivi il tuo corpo come di troppo, e volevi sparire.

Una cosa che trasformava una giornata normale in una bella giornata, per me, la maggior parte delle volte, non era un evento atmosferico, sentimentale o un progresso nella politica internazionale, o un’opera d’arte, no, era un bonifico.
Era la scritta: “Bonifico a vostro favore” […]

Come quando Daguntaj, era piccola, l’ero andata a prendere all’asilo, era la prima volta che l’andavo a prendere all’asilo, e avevo visto questa bambina minuscola, sarà stata alta, quanto sarà stata alta?, settantacinque centimetri, che mi aveva visto aveva cominciato a corrermi incontro come forse contentissima, di vedermi, e io pensare che al mondo ci fosse qualcuno che era così contento, di vedermi, io non ci credevo.

[…] ma cos’è una moglie? La vedi a pranzo e a cena. Ci vai a letto insieme. La domenica la porti al cinema. Mettete da parte i soldi per comprare una casa in periferia. Buongiorno, Bagaglio! Buonanotte, Emma! Ha le labbra fresche e minuscole lentiggini intorno al naso. Le vedi solo quando la baci.
Ecco

[…] era anche domenica, che la domenica non è un giorno normale, è domenica, e ferisce già anche senza bisogno che succeda niente […]

[Paolo Nori, Manuale pratico di giornalismo disinformato, Marcos y Marcos, 2015]

0
comments

Nov 08

Sono socievole fino all’eccesso | Ugo Cornia

“quelli che noi chiamiamo mostri, non lo sono per Dio, che vede nell’immensità della sua opera l’infinità delle forme che vi ha compreso, e c’è da credere che la forma che ci stupisce abbia un rapporto e una relazione con qualche altra forma dello stesso genere sconosciuta all’uomo. Dalla sua perfetta sapienza non procede nulla che non sia buono e comune e normale; ma noi non ne vediamo la concordanza e la relazione… noi chiamiamo contro natura quello che avviene contro la consuetudine non c’è niente se non secondo essa, qualunque cosa sia.[…]”

E la fiducia si radica su una base di bontà e su una continua attenzione a sforzarsi di annullare l’odio.

“Abbiamo un bel montare sui trampoli, perché anche sui trampoli bisogna camminare con le nostre gambe. E sul più alto trono del mondo non siamo seduti che sul nostro culo.”

[Ugo Cornia, Sono socievole fino all’eccesso, Marcos y Marcos, 2015]

0
comments

Nov 08

Atti osceni in luogo pubblico | Marco Missiroli

Spesso il divorzio è un capriccio contro la vecchiaia.

Si voltò e mi abbracciò. Ci tenemmo lì e per la prima volta avvertii la paura che le succedesse qualcosa, e che la mia felicità fosse la sua, e anche i dolori e le apprensioni e le possibilità di qualcosa di buono. Non ero più vulnerabile per me stesso, ero fragile per noi. Passavo dlla prima persona singolare alla prima persona plurale.
[…] Allora era questo l’amore?

Credevo nelle piccole svolte, nei miracoli sulla 34esima strada, nei gol dei portieri e negli eventi timidi che cambiano la sorte. Era il gioco alla McEnroe: servizio e corsa rete, il destino del punto è già nelle gambe.

Il rischio si accetta per il sublime.

[Marco Missiroli, Atti osceni in luogo privato, Feltrinelli, 2015]

0
comments

Nov 08

Bambini nel tempo | Ricardo Menéndez Salmón

Conoscevano la dolcezza, l’inganno, la malinconia, l’estasi e l’apatia. Si erano separati e ritrovati varie volte. Però non si erano mai ignorati, a dispetto del tempo o dello spazio. La stabilità del loro amore era più un fatto di coerenza che di fedeltà. La chimica tra due persone non è soltanto questione di molecole. Elena era un fenomeno atmosferico; Antares era un rifugio.

Può darsi che i nomadi soffrano meno dei sedentari. Può darsi che il loro dolore, non essendo legato a ricordi di luoghi stabili, costruiti in anni di dedizione, sia più lieve, come la sabbia del deserto o la brezza tra gli alberi. Può darsi.

Perché ci sono cose che non si possono dire, si possono solo mostrare.

[Ricardo Menéndez Salmón, Bambini nel tempo, Marcos y Marcos, 2015]

0
comments

Feb 04

unastoria | Gipi

unastoria3

[Gipi, unastoria, Coconino press, 2013]

2
comments

Feb 04

L’uomo che cade | Don DeLillo

Non erano solo i giorni e le notti passate a letto. Il sesso era ovunque, all’inizio, nelle parole, nelle frasi, nei gesti appena accennati, nei minimi indizi di alterazione dello spazio. Lei posava un libro o una rivista, e intorno a loro si adagiava una piccola pausa. Anche quello era sesso. Camminavano per strada insieme e si vedevano riflessi in una vetrina polverosa. Era sesso una rampa di scale, il modo in cui lei avanzava rasente il muro e lui subito dietro, toccarsi o meno, sfiorarsi leggermente o premere forte, sentire lui che la incalzava dal basso, passandole una mano intorno alla coscia, bloccandola, per poi superarla e piazzarsi davanti a lei, che gli stringeva il polso.

– Mi sono dimenticata come si fa a parlare con te. Questa è la chiacchierata più lunga che abbiamo fatto. – Eri più brava di chiunque altro. A parlare con me. Forse il problema era proprio quello. – Credo di aver disimparato. Perché adesso me ne sto seduta qui e penso che avremmo così tante cose da dirci. – Non così tante. Prima ci dicevamo tutto, in continuazione. Esaminavamo ogni cosa, qualsiasi questione, qualsiasi problema. – D’accordo. – E questo ci ha praticamente uccisi.

Sembra ancora un incidente, il primo. Anche da questa distanza, da fuori, con tutti i giorni che sono passati, io lo guardo e penso che è un incidente. – Perché non può che essere così. – Non può che essere così, – disse lui. – Il modo in cui la telecamera sembra quasi sorpresa. – Ma solo la prima volta. – Solo la prima, – disse lei. – Il secondo, quando spunta il secondo aereo, – disse Keith, – siamo già tutti un po’ più vecchi e un po’ più saggi.

Un giorno abbiamo cominciato a parlare, e quella conversazione non si è mai conclusa. – Neppure quand’è finito tutto. – Neppure quando non siamo più stati in grado di trovare cose piacevoli da dire, o qualcosa da dire in generale. La conversazione non si è mai interrotta. – Ti credo. – Dal primo giorno.

[Don DeLillo, L’uomo che cade, Einaudi, 2009]

0
comments

Feb 04

Il tempo è un bastardo | Jennifer Egan

Nel giro di soli venti minuti avevano superato di slancio l’agognato punto di contatto-significativo-attraverso-un’esperienza-condivisa e raggiunto la meno desiderabile condizione del conoscersi-troppo-bene.

Mi ricordo di ogni abbraccio che gli ho dato. E ogni volta imparo una cosa: quant’è calda la sua pelle, che ha i muscoli come Scotty anche se lui la maglietta non se la toglie mai. Stavolta scopro il battito del suo cuore, che spinge contro la mia mano da sotto la schiena.

È una cosa che non mi concedevo di fare quasi mai: pensarla e basta, anziché pensare di non pensarla, cosa che invece facevo quasi sempre. Il pensiero di Alice mi è scoppiato dentro, e ho lasciato che si allargasse finché non ho visto i suoi capelli al sole – oro, i suoi capelli erano oro – e ho sentito il profumo di quegli olii che si metteva sui polsi con un contagocce. […] Ho visto la sua faccia quando dentro c’era ancora tutto l’amore, e niente rabbia, né paura, nessuna delle brutte cose che avevo imparato a farle sentire. Entra, diceva la sua faccia, e io l’avevo fatto. Per un attimo, le ero entrato dentro.

«Cazzo, uno se ne va per qualche anno e quando torna trova il mondo alla rovescia», disse Jules rabbioso. «[…] Tutti che ti parlano come se fossero fatti, perché nel frattempo sono lì che mandano e-mail a qualcun altro.»

[…]non si erano più visti né parlati da quando tre settimane prima avevano pranzato insieme; era una persona che viveva nella sua tasca, e alla quale aveva assegnato una vibrazione tutta sua.

[Jennifer Egan, Il tempo è un bastardo, Minimum Fax, 2011]

0
comments

Jan 09

riflessioni #5: internet

le cose che mi mancano di più da quando c’è internet su (quasi) tutti i cellulari:

smettere di lavorare quando esco dall’ufficio.

andare davvero in ferie.

fare una cosa alla volta.

essere tutta qui e ora, parlando con chi è qui, ora.

incrociare gli sguardi delle persone camminando per strada, in metropolitana, in coda alla cassa, in sala d’attesa, in ascensore.
no, in ascensore forse no.

la tua voce.

4
comments

Jan 07

Le città invisibili | Italo Calvino

[…] il passato del viaggiatore cambia a seconda dell’itinerario compiuto, non diciamo il passato prossimo cui ogni giorno che passa aggiunge un giorno, ma il passato più remoto. Arrivando a ogni nuova città il viaggiatore ritrova un suo passato che non sapeva più d’avere: l’estraneità di ciò che non sei più o non possiedi più t’aspetta al varco nei luoghi estranei e non posseduti.

Ormai, da quel suo passato vero o ipotetico, lui è escluso; non può fermarsi; deve proseguire fino a un’altra città dove lo aspetta un altro suo passato, o qualcosa che forse era stato un suo possibile futuro e ora è il presente di qualcun altro. I futuri non realizzati sono solo rami del passato: rami secchi.

D’una città non godi le sette o le settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda. O la domanda che ti pone obbligandoti a rispondere, come Tebe per bocca della Sfinge.

A Cloe, grande città, le persone che passano per le vie non si conoscono. Al vedersi immaginano mille cose uno dell’altro, gli incontri che potrebbero avvenire tra loro, le conversazioni, le sorprese, le carezze, i morsi. Ma nessuno saluta nessuno, gli sguardi s’incrociano per un secondo e poi si sfuggono, cercano altri sguardi, non si fermano.

[Italo Calvino, Le città invisibili, Mondadori, 1993]

0
comments

Jan 06

Dove il vento grida più forte | Robert Peroni

[…] ho sempre pensato che la sofferenza sia parte integrante della vita. Non la cercavo, certo, ma ero pronto ad accettarla. È una cosa che ho imparato da questo popolo, consapevole com’è che il dolore è inevitabile, un aspetto come un altro dell’esistenza. La nostra società cerca di rimuovere anche il più piccolo malessere: per la febbre prendiamo l’aspirina, una pillola per il mal di testa e un’altra per il mal di pancia. Curiamo anche i sentimenti. Alla fine ci ritroviamo in un limbo permanente: non proviamo mai la sofferenza, e così ci viene a mancare anche la percezione della gioia, di quella felicità pura che avvertiamo quando è più forte del dolore.

Se uno prende in mano due sassi diversi tra loro può tenerli vicini, cercare i punti in cui possono stare l’uno accanto all’altro, e quando trova la giusta posizione, zac, ha fatto.
Ma se uno vuole che siano davvero vicini vicini, deve prima studiali, guardarne con attenzione la forma, conoscerne gli spigoli, le curve e le asperità. Quando ha osservato a lungo le configurazioni dell’uno dell’altro, a quel punto può provare a farli combaciare nel modo migliore possibile.
[…] Prima di creare una vera unione, un uomo deve lavorare su se stesso, partire e andare, lasciare il modo per potervi tornare. Da solo, però , perché la solitudine, quella positiva, è qualcosa che, nell’abbandono degli altri, vi permette di rientrare nel gruppo come persone migliori.

[Robert Peroni, Dove il vento grida più forte, Sperling & Kupfer, 2013]

0
comments