Feb 04

unastoria | Gipi

unastoria3

[Gipi, unastoria, Coconino press, 2013]

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Feb 04

L’uomo che cade | Don DeLillo

Non erano solo i giorni e le notti passate a letto. Il sesso era ovunque, all’inizio, nelle parole, nelle frasi, nei gesti appena accennati, nei minimi indizi di alterazione dello spazio. Lei posava un libro o una rivista, e intorno a loro si adagiava una piccola pausa. Anche quello era sesso. Camminavano per strada insieme e si vedevano riflessi in una vetrina polverosa. Era sesso una rampa di scale, il modo in cui lei avanzava rasente il muro e lui subito dietro, toccarsi o meno, sfiorarsi leggermente o premere forte, sentire lui che la incalzava dal basso, passandole una mano intorno alla coscia, bloccandola, per poi superarla e piazzarsi davanti a lei, che gli stringeva il polso.

– Mi sono dimenticata come si fa a parlare con te. Questa è la chiacchierata più lunga che abbiamo fatto. – Eri più brava di chiunque altro. A parlare con me. Forse il problema era proprio quello. – Credo di aver disimparato. Perché adesso me ne sto seduta qui e penso che avremmo così tante cose da dirci. – Non così tante. Prima ci dicevamo tutto, in continuazione. Esaminavamo ogni cosa, qualsiasi questione, qualsiasi problema. – D’accordo. – E questo ci ha praticamente uccisi.

Sembra ancora un incidente, il primo. Anche da questa distanza, da fuori, con tutti i giorni che sono passati, io lo guardo e penso che è un incidente. – Perché non può che essere così. – Non può che essere così, – disse lui. – Il modo in cui la telecamera sembra quasi sorpresa. – Ma solo la prima volta. – Solo la prima, – disse lei. – Il secondo, quando spunta il secondo aereo, – disse Keith, – siamo già tutti un po’ più vecchi e un po’ più saggi.

Un giorno abbiamo cominciato a parlare, e quella conversazione non si è mai conclusa. – Neppure quand’è finito tutto. – Neppure quando non siamo più stati in grado di trovare cose piacevoli da dire, o qualcosa da dire in generale. La conversazione non si è mai interrotta. – Ti credo. – Dal primo giorno.

[Don DeLillo, L'uomo che cade, Einaudi, 2009]

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Feb 04

Il tempo è un bastardo | Jennifer Egan

Nel giro di soli venti minuti avevano superato di slancio l’agognato punto di contatto-significativo-attraverso-un’esperienza-condivisa e raggiunto la meno desiderabile condizione del conoscersi-troppo-bene.

Mi ricordo di ogni abbraccio che gli ho dato. E ogni volta imparo una cosa: quant’è calda la sua pelle, che ha i muscoli come Scotty anche se lui la maglietta non se la toglie mai. Stavolta scopro il battito del suo cuore, che spinge contro la mia mano da sotto la schiena.

È una cosa che non mi concedevo di fare quasi mai: pensarla e basta, anziché pensare di non pensarla, cosa che invece facevo quasi sempre. Il pensiero di Alice mi è scoppiato dentro, e ho lasciato che si allargasse finché non ho visto i suoi capelli al sole – oro, i suoi capelli erano oro – e ho sentito il profumo di quegli olii che si metteva sui polsi con un contagocce. [...] Ho visto la sua faccia quando dentro c’era ancora tutto l’amore, e niente rabbia, né paura, nessuna delle brutte cose che avevo imparato a farle sentire. Entra, diceva la sua faccia, e io l’avevo fatto. Per un attimo, le ero entrato dentro.

«Cazzo, uno se ne va per qualche anno e quando torna trova il mondo alla rovescia», disse Jules rabbioso. «[...] Tutti che ti parlano come se fossero fatti, perché nel frattempo sono lì che mandano e-mail a qualcun altro.»

[...]non si erano più visti né parlati da quando tre settimane prima avevano pranzato insieme; era una persona che viveva nella sua tasca, e alla quale aveva assegnato una vibrazione tutta sua.

[Jennifer Egan, Il tempo è un bastardo, Minimum Fax, 2011]

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Jan 09

riflessioni #5: internet

le cose che mi mancano di più da quando c’è internet su (quasi) tutti i cellulari:

smettere di lavorare quando esco dall’ufficio.

andare davvero in ferie.

fare una cosa alla volta.

essere tutta qui e ora, parlando con chi è qui, ora.

incrociare gli sguardi delle persone camminando per strada, in metropolitana, in coda alla cassa, in sala d’attesa, in ascensore.
no, in ascensore forse no.

la tua voce.

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Jan 07

Le città invisibili | Italo Calvino

[...] il passato del viaggiatore cambia a seconda dell’itinerario compiuto, non diciamo il passato prossimo cui ogni giorno che passa aggiunge un giorno, ma il passato più remoto. Arrivando a ogni nuova città il viaggiatore ritrova un suo passato che non sapeva più d’avere: l’estraneità di ciò che non sei più o non possiedi più t’aspetta al varco nei luoghi estranei e non posseduti.

Ormai, da quel suo passato vero o ipotetico, lui è escluso; non può fermarsi; deve proseguire fino a un’altra città dove lo aspetta un altro suo passato, o qualcosa che forse era stato un suo possibile futuro e ora è il presente di qualcun altro. I futuri non realizzati sono solo rami del passato: rami secchi.

D’una città non godi le sette o le settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda. O la domanda che ti pone obbligandoti a rispondere, come Tebe per bocca della Sfinge.

A Cloe, grande città, le persone che passano per le vie non si conoscono. Al vedersi immaginano mille cose uno dell’altro, gli incontri che potrebbero avvenire tra loro, le conversazioni, le sorprese, le carezze, i morsi. Ma nessuno saluta nessuno, gli sguardi s’incrociano per un secondo e poi si sfuggono, cercano altri sguardi, non si fermano.

[Italo Calvino, Le città invisibili, Mondadori, 1993]

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Jan 06

Dove il vento grida più forte | Robert Peroni

[...] ho sempre pensato che la sofferenza sia parte integrante della vita. Non la cercavo, certo, ma ero pronto ad accettarla. È una cosa che ho imparato da questo popolo, consapevole com’è che il dolore è inevitabile, un aspetto come un altro dell’esistenza. La nostra società cerca di rimuovere anche il più piccolo malessere: per la febbre prendiamo l’aspirina, una pillola per il mal di testa e un’altra per il mal di pancia. Curiamo anche i sentimenti. Alla fine ci ritroviamo in un limbo permanente: non proviamo mai la sofferenza, e così ci viene a mancare anche la percezione della gioia, di quella felicità pura che avvertiamo quando è più forte del dolore.

Se uno prende in mano due sassi diversi tra loro può tenerli vicini, cercare i punti in cui possono stare l’uno accanto all’altro, e quando trova la giusta posizione, zac, ha fatto.
Ma se uno vuole che siano davvero vicini vicini, deve prima studiali, guardarne con attenzione la forma, conoscerne gli spigoli, le curve e le asperità. Quando ha osservato a lungo le configurazioni dell’uno dell’altro, a quel punto può provare a farli combaciare nel modo migliore possibile.
[...] Prima di creare una vera unione, un uomo deve lavorare su se stesso, partire e andare, lasciare il modo per potervi tornare. Da solo, però , perché la solitudine, quella positiva, è qualcosa che, nell’abbandono degli altri, vi permette di rientrare nel gruppo come persone migliori.

[Robert Peroni, Dove il vento grida più forte, Sperling & Kupfer, 2013]

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Jan 06

I miserabili | Victor Hugo

[...] se fosse dato ai nostri occhi terreni di vedere nella coscienza altrui, si giudicherebbe molto più sicuramente un uomo da quel che sogna, che da quel che pensa. Nel pensiero v’é la volontà, mentre non v’é alcuna nel sogno. Il sogno, affatto spontaneo, assume e conserva, anche nel gigantesco e nell’ideale, il volto della nostra mente, e non v’é nulla che esca più direttamente e sinceramente dal fondo della nostra anima, delle nostre aspirazioni irriflessive e smisurate verso lo splendore del destino. In queste aspirazioni, molto più che nelle idee composte, ragionate e coordinate, si può ritrovare il vero carattere d’ogni uomo. Le nostre chimere sono quelle che più ci somigliano, e ciascuno sogna l’ignoto e l’impossibile secondo la propria natura.

V’era nulla e tutto: fu come uno strano lampo. Ella abbassò gli occhi, egli proseguì la sua via. Quel che aveva visto, non era l’occhio ingenuo e semplice d’una bimba, ma un abisso misterioso, che s’era socchiuso e poi rinserrato bruscamente. V’è un giorno in cui ogni fanciulla guarda in quel modo. Disgraziato colui che si trova davanti a quello sguardo! Quel primo sguardo di un’anima che non si conosce ancora è come l’alba nel cielo: è il destarsi di qualche cosa di radioso e d’ignoto. Nulla saprebbe rendere il fascino pericoloso di quel bagliore inatteso, che rischiara vagamente ad un tratto tenebre adorabili e si compone di tutta l’innocenza del presente e di tutta la passione dell’avvenire. È una tenerezza indecisa che si rivela chissà perché e aspetta; è un agguato che l’innocenza tende a sua insaputa e nel quale essa prende i cuori, senza volerlo né saperlo; è una vergine, che guarda come una donna.

E poi, cosa bizzarra, il primo sintomo del vero amore, nel giovane è la timidezza, nella fanciulla l’ardire. Ciò stupisce, eppure nulla di più semplice: sono i due sessi che tendono ad accostarsi prendendo l’uno le qualità dell’altro.

Esistono frane interiori. La penetrazione d’una disperata certezza non avviene nell’uomo senza che siano allontanati e spezzati certi elementi fondamentali che sono talvolta l’uomo stesso. Quando giunge a quel grado, il dolore è il si salvi chi può di tutte le forze della coscienza. Sono crisi fatali, dalle quali pochi di noi escono immutati e fermi nel loro dovere poiché, quando il limite del dolore è superato, la più imperturbabile virtù rimane sconcertata.

[Victor Hugo, I miserabili, Ugo Mursia 1999]

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Dec 22

Mandami tanta vita | Paolo Di Paolo

Una città è soprattutto ciò che ne ignoriamo, gli infiniti punti dove non siamo.

Dove resta scritto, dove resta segnato tutto l’amore che facciamo? Il piacere esiste solo provandolo. Tutta la concentrazione del mondo, un minuto dopo, non servirebbe a riafferrarlo là dove è svanito.

[…] anche il rancore è un alibi.

I timbri sopra alle buste sono un linguaggio a sé, la carta viaggi, prende i treni, vola, fa le sue tappe. C’erano segni lunghi come code di stelle comete e c’erano indicazioni che dicevano FRAGILE, perché i sentimenti purtroppo lo sono; oppure PRORITÉ, perché a volte si vuole affrettare il tempo anche se il tempo ha già di suo molta fretta. Quando si sta tre giorni senza qualcuno, una lettere che arriva è una gioia del cuore. Adesso che l’impiegato batte forte il timbro sull’affrancatura, vorrebbe dirgli Mi scusi, devo fermarla, avrei una frase da aggiungere, è una frase che mi è tornata in mente ma l’ho pensata spesso, l’ho pensata sempre, era per la mia fidanzata, che adesso è mia moglie e la madre di mio figlio, se ricordo bene diceva così: Una leggera di Didì è la vita sai?
Quindi mandami tanta vita.

Il primo verso dice Triste anima passata. Poi, a capo, il secondo dice E tu volontà nuova che mi chiami. Stasera, di quel poeta, decide di ricordare solo quel paio di versi, cancellando tutto il resto. Gli basterà che accada qualcosa, per infrangere come un vetro il suo tempo sospeso. La farà accadere.

[Paolo Di Paolo, Mandami tanta vita, Feltrinelli 2013]

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Oct 27

Di sesso, di amore e di altre sconcezze | Fabrizio Casu

Che diavolo vuole dire “ti lascio”?
Mi lasci dove? Sono un pacco? Sono un cane che liberi dal guinzaglio così che possa correre felice per il parco, mentre lo segui con paletta e sacchetto e lo sguardo vagamente annoiato?
Dimmi che te ne vai. Dimmi che non mi ami più – ma anche no, eh? – Andrebbe bene lo stesso. Al massimo dimmi – Dio ce ne scampi e ce ne liberi – che vuoi una pausa per riflettere su di noi, sulla nostra relazione, su come mai, dopo tutti questi anni, a letto facciamo ancora faville mentre tu non sei capace di ricordarti il mio piatto preferito.
Ma non “ti lascio”.
“Ti lascio” è abbandono. È come un vestito che, una volta indossato a casa, ti rendi conto non essere bello come al negozio, quando l’hai provato e comprato sull’onda dell’entusiasmo. Non c’è una commessa che ti rassicura e allora lo lasci. Ecco. Il vestito sì, non me. Perché non stai lasciando una persona, stai lasciando una vita intera, dei ritmi, un sistema basato su noi due, sui nostri battiti cardiaci e mi getti nella solitudine, nel dover ricominciare da capo. Sei come quei genitori che insegnano ai figli ad andare in bici e li rassicurano che li terranno, dopo che hanno tolto le rotelle di supporto, che non li faranno cadere. E poi, a tradimento, staccano le mani.
E io sono caduto.

[Fabrizio Casu, Di sesso, di amore e di altre sconcezze, Blonk 2013]

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Oct 27

Dieci donne | Marcela Serrano

Non ha senso aspettare il momento giusto perché non arriva mai. Quel momento non esiste.

Sapete cos’è che ammazza? Il silenzio. È questo che ti ammazza. [...]
Anni e anni di silenzio. Dentro ti si forma una specie di nodo, una matassa, e non c’è modo di sbrogliarla. Diventa tutto buio. Cerchi di non pensare alle cose che ti fanno star male, ma è uno sbaglio, perché così non impari. Anche se è duro bisogna fermarsi e afferrarle, le cose, acchiapparle, come una lepre nel campo, mettere delle trappole per catturarle e non lasciarle scappare.

Ci hanno ingannato raccontandoci che l’essere umano vive solo sulla spinta del grande slancio vitale. Esistono i piccoli slanci. Nel mio caso, si annunciano con una pazzesca voglia di fermarmi, di mollare tutto e darmela a gambe. Un solletico comincia a percorrermi il corpo, qualcosa di simile a una fantasia o a una smania, all’inizio imprecisata, finché si trasforma nel nome di un posto.

Ho paura che con gli anni si smetta di amare le persone. In gioventù, parte dell’essere giovane consiste nello spandere affetto, mettendosi in gioco al cento per cento, moltiplicarlo all’infinito. Lo si distribuisce a destra e a manca, con innocenza e generosità non selettiva. Man mano che passano gli anni, invece, cominciamo a sintonizzarci in modo più raffinato e di conseguenza scartiamo. A me lo sguardo si è fatto più giudicante e sospettoso, diffido degli altri. Le persone sono più sciocche di quello che sembrano, più sgradevoli, alcune più prepotenti, altre più invidiose, la lealtà non è mai completa. Invecchiare significa notare più i difetti, che cominciano ad annoiarti. Temo di amare sempre meno. A volte penso che questa è una delle ragioni della solitudine dei vecchi: si crede che i vecchi siano soli perché nessuno li ama, mentre forse sono soli perché non amano nessuno.

[Marcela Serano, Dieci donne, Feltrinelli 2011]

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