Aug 09

La Svizzera | Paolo Nori

[…] io mi ricordo, c’eran delle volte, i primi tempi, che l’andavo a prendere, che lei entrava, si sedeva di fianco, avevo una Fiat 1100, che eran delle macchine larghe, non come quelle di adesso, e lei era così piccolina, non so come dire, lei, così piccolina, mi riempiva la macchina, e io non riuscivo a guardarla, non mi sembrava vero che avevo la macchina piena di Germana, e non parliamo del dopo, che dopo… Cioè, io c’è stato, all’inizio, piccolina era piccolina, ma… mi sembrava che aveva tanta di quella pelle.

[…] è una cosa, non so come dire, io, mi bastava guardarla, al mattino, nella luce della cucina, […] l’odore del caffè, e lei sulle braccia le si vedeva la peluria bionda che aveva, ma dei peli piccolissimi, che si vedevano solo controluce, e il movimento che faceva quando beveva il caffè, la testa che andava in giù, e io non ero più niente, mi sembrava di morire, io in quei miomenti se mi veniva un colpo sarei stato contento, quei primi anni lì, poi primi, erano quindici, che quando andavo a letto, io non vedevo l’ora di svegliami, non so se mi capisci.

[Paolo Nori, La Svizzera, Il Saggiatore, 2013]

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Jun 17

Nessuno più scrive belle canzoni | Fabrizio Casu

Spera nell’amore della vita, quello con cui ti sistemi per sempre e smetti di preoccuparti di cercarlo perché finalmente puoi pensare ad altro, ai figli che non arrivano o che sono arrivati, ai genitori che invecchiano, alla nuova casa e al lavoro che va male e a tutte quelle cose che fanno schifo, ma che affronti abbracciata a una persona che ami e che sei contenta di avere accanto, anche quando la uccideresti con le tue mani perché non ha abbassato la tavoletta.

– Sei tipo… che ne so… sei tipo un film di Quentin Tarantino prima del massacro. Hai presente, no? – non dice nulla – Dai, quando c’è una sparatoria e muoiono tutti, ma prima c’è questa tensione che sale e sale e tu aspetti l’esplosione. – OK. – Ecco, tu sei così, sei prima dell’esplosione. Solo che non esplodi mai e quindi, insomma, non è che sia poi ‘sto gran film.

Quel giorno lì, quel giorno in cui tutto è finito, è stato tutto banale, come qualsiasi rottura. Ci sono state due persone che hanno smesso di stare insieme, dopo un tempo passato a conoscersi meglio, a capire l’altro da un semplice sguardo. Io e lei abbiamo smesso di essere due innamorati e siamo diventati due sconosciuti, perché l’altro non faceva più parte della propria vita e perché, improvvisamente, non ci si riconosceva più niente di quello che ci aveva fatto innamorare.

Sai quella cosa che si dice, che si è sempre in tempo per tornare indietro e rimediare ai propri errori? Non è vero, è una balla inventata per venderti i cioccolatini. Non si torna indietro, spesso gli errori che fai sono l’unica cosa che ti rimane.

Quella non ero io e non voglio tornare a fingere di esserlo.

[Fabrizio Casu, Nessuno più scrive belle canzoni, Blonk, 2015]

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Jun 16

Breve storia di (quasi) tutto | Bill Bryson

Per tenere tutte le cellule bene ossigenate, il cuore deve pompare 343 litri di sangue all’ora, oltre 8000 al giorno, 3.000.000 all’anno: abbastanza per riempire quattro piscine olimpioniche.

La velocità con cui cresce la barba di un uomo, per esempio, dipende almeno in parte da quanto egli pensa al sesso (pensare al sesso, infatti, produce un’ondata di testosterone).

Se i nostri genitori non si fossero uniti proprio in quel momento – con una precisione al secondo, se non al nanosecondo –, noi non saremmo qui. E se i loro rispettivi genitori non si fossero congiunti con lo stesso tempismo, ancora, non saremmo qui. E se i loro genitori, e i genitori di questi ultimi prima di loro – e così via all’infinito – non avessero fatto altrettanto, ovviamente e di nuovo, noi non saremmo qui ora. Se viaggiassimo indietro nel tempo, […] scopriremmo che la nostra esistenza dipende dal tempestivo accoppiamento di oltre duecentocinquanta persone. Proseguendo ancora a ritroso, fino all’epoca di Shakespeare e dei pellegrini del Mayflower, troveremmo non meno di 16.384 antenati che si sono diligentemente scambiati il materiale genetico dal quale infine, miracolosamente, fummo generati noi.

[Bill Bryson, Breve storia di (quasi) tutto, Ugo Guanda, 2014]

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Jun 15

D’amore si muore ma io no | Guido Catalano

Quando ti piace un sacco una che ti sembra di piacerle.
Quando ti sembra che tutto collimi, ti sembra che ci sia una specie di incastro miracoloso, che si rasenti la perfezione, che parlare con lei sia semplice e che le battute si incastrino quasi come se ci fosse dietro uno sceneggiatore, uno scrittore che fa dire e fare e speriamo baciare i due, che tutto è giusto al momento giusto e che sembra impossibile ma non lo è.
Son quei momenti che lo spazio e il tempo mutano e le leggi fisiche se ne vanno a zonzo e se adesso si mettesse a piovere io manco me ne accorgerei, sono ancorato ai suoi occhi con i miei di occhi, se la terra fosse scossa dal terremoto, non ne avrei coscienza, quantomeno fino al senso grado della Scala Mercalli, se ci fosse un’invasione di extraterrestri incazzati, qui, proprio qui nel cielo di Collegno, io non mi accorgerei di nulla.

E ci abbracciamo e tra un bacio e un altro ci guardiamo in silenzio e questa cosa di guardarsi tra un bacio e un altro secondo me, tra le cose che esistono in natura, e ne esistono di gran belle, questa cosa del guardarsi in silenzio negli occhi abbracciandosi baciandosi, è una delle più meravigliose e incredibili nel mondo conosciuto.

Ecco, secondo me tutti dovrebbero avere il diritto costituzionale di trovare nella loro buca delle lettere una busta con dentro una poesia d’amore. Almeno una volta nella vita tutti, secondo me, dovrebbero.

«Dimmi una cosa che ti piace veramente di me».
«I tuoi baci.»
«Quanto?»
«Ogni volta che mi baci, muore un nazista.»

[Guido Catalano, D’amore si muore ma io no, Rizzoli, 2016]

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Jun 15

Rimini | Pier Vittorio Tondelli

[…] anche tu non fai più per me. Come il vecchio bar, come la vecchia stanza di redazione. Siete tutti arredi del mio passato. Io vi sto lasciando e quel che è peggio è che non ho rimorsi. Vi lascio come si lascia una lunga, noiosa convalescenza. Per vivere.

[…] provò quella particolare e strana dolcezza che è solo dell’abbandonato, o meglio, di certi istanti che l’abbandonato prova: il sentirsi cioè ancora fidanzato per il resto della propria vita, ma fidanzato in assenza. Questo particolare sentimento allora gli si riversava addosso come venerazione di un corpo che l’amato aveva venerato. Attraverso un tale gioco di proiezioni Bruno sentì di amarsi, di voler continuare a esserci, di voler scrivere. Sapeva che nessuno mai al mondo avrebbe potuto togliergli il ricordo del suo amore.

Si cerca sempre se stessi, in fondo. O qualcosa di noi che non ci è chiaro o non abbiamo capito: le ragioni di una sofferenza o di quella malattia sotterranea che ti prende il respiro ed è nera e umida come la malinconia.

[Pier Vittorio Tondelli, Rimini, Bompiani, 1985]

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Jun 14

Almanacco 2016 – Esplorazioni sulla via Emilia | A cura di Ermanno Cavazzoni /2

Andrea Lucatelli, Monzali

Di fatto più o meno ne ho incrociate di persone in questo condominio, e quasi a tutte le ore, Monzali mai, che vita conduce mi chiedo, degli altri stanziali due somme le ho tirate, quelle somme provvisorie che ci orientano, se si abitasse nello stesso edificio di un uomo che porta a casa sua cani e gatti e ne uscisse con animali impagliati, ci verrebbe naturale pensare che fa l’imbalsamatore.
Secondo la naturale deduzione che ci fa sentire un po’ tutti giallisti investigatori, quella che ci fa rispondere ai giornalisti dopo una strage con fiamma ossidrica e trapano avvitatore, erano una coppia tranquilla infatti al sabato andavano inseme a comprare i mobili.
E se invece capitasse il contrario, che un uomo porta in casa sua animali impagliati e ne uscisse con animali scodinzolanti, cosa diremmo ai giornalisti di turno, era un mago, un santo, invece un po’ presi dalla vergogna delle nostre deduzioni, diremmo solo era strano ma gentile, eppure un po’ avevamo pensato a un dio pagano, che ci affascinava.
Ecco per me Monzali, che non fa la spesa, non mangia, non butta le bottiglie vuote, non si affaccia alla finestra, è come l’uomo di Lascaux, quello della caverna di chilometri dove migliaia di anni fa ci disegnava il mondo, fra dei cavernicoli, un primitivo in una caverna si era messo a disegnare le vite dei viventi là fuori, dei gran mammiferi che si rincorrono e si cacciano.
Forse così Monzali ci disegna tutti mentre tiriam via le blatte, mentre aspiriamo la polvere, o quando spostano i mobili, o parlano di femori e dentifrici prendendo il sole, in duecento metri quadrati, Monzali tappezza di graffiti le vite di noi bipedi stanziali, simula sordità per conservare la concentrazione su vite che gli sfuggono fra le mani, che non sempre capisce, e urla mamma quando ne rimane conturbato.
[…] Monzali, nel mio film mentale è un dio plastificatore di una di quelle religioni in pensione, di milioni di anni fa, e quando finisce il film è un simulatore solo, che desidera sentire qualsiasi cosa, basta che sia talmente potente da emozionare, che faccia vibrare tutto attorno fin dentro i polmoni.

[Ermanno Cavazzoni, Almanacco 2016, Esplorazioni sulla via Emilia, Quodlibet, 2016]

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Jun 09

il club dell’emicrania.

quello dell’emicrania è un vero e proprio club.

perché chi non l’ha mai avuta, l’emicrania, non la può proprio capire.
mentre tra noi che l’abbiamo regolarmente, l’emicrania, c’è sempre questo scambio di sguardi che oscilla tra la comprensione e la compassione.

e la gente che non ce l’ha mai avuta, l’emicrania, la riconosci da due precise domande:
– ah, hai mal di testa?
– beh, perché non prendi qualcosa?

primo. se il mal di testa fosse una brezza marina, l’emicrania sarebbe uno tsunami.
secondo. se ci fosse qualcosa da prendere nessuno ce l’avrebbe mai, l’emicrania.

la verità è che c’è un solo metodo per farsela passare, l’emicrania, ed è aspettare.
ed è il motivo per cui io, quando ho l’emicrania, sono molto serena.

la cosa che mi piace di più, quando ho l’emicrania, è descrivere mentalmente quello che sento dove pulsa l’emicrania.
uno spillo molto appuntito che ti fora il sopracciglio in modo molto lento.
un martello che picchia ripetutamente nello stesso punto, ogni volta facendoti un po’ più male.
un dito che ti si infila nell’occhio e cerca di cavartelo.
un cerchio di ferro che con un giro, sempre lentissimo, ti si stringe intorno alla testa.

io sono molto serena quando ho l’emicrania.

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Jun 06

Almanacco 2016 – Esplorazioni sulla via Emilia | A cura di Ermanno Cavazzoni /1

Ivan Levrini, Vita da bar

Ma allora qual era la formazione più vasta e completa in cui si potesse sperare? In una città di provincia senza sbocco sul mare, senza un fiume, senza un aeroporto, attraversata solo dalla via Emilia, l’unica soluzione era entrare nel giro dei bar. Niente reggeva al confronto con il bar, perché il bar offriva le condizioni più propizie allo sviluppo della personalità.
Accedere ai locali sul retro, alle sale da biliardo, alle sale da gioco, essere ammessi al tavolo dei veterani della briscola, essere chiamati per nome, o addirittura per soprannome, significava raggiungere un’identità riconoscibile che moltiplicava l’autostima. Un giovane invitato dagli assidui del bar a una gara di bevuta, o incluso in una bisca notturna, otteneva quel riconoscimento che per Hegel muove la storia.
Incrociare le carte con il celebre giocatore di scopa all’asso, o di tresette, perdere ma riceverne i complimenti: allargava il cuore.

[…] Ma oggi, nella devastazione dell’età contemporanea, di tutto questo non è rimasto più niente. I bar chiudono alle otto di sera, dopo aver servito l’aperitivo a mandrie di giovani che si radunano per conto loro. Giovani che non sanno come impugnare un stecca da biliardo, che non stanno cos’è un carico, e non hanno mai sentito dire: liscio che strozzo.
Con la scomparsa della vita da bar non a caso si è scollata la società civile, […] Sì, c’è òa crisi della parrocchia, sono decaduti i circoli politici, i sindacati sono agenzie fiscali, ma la causa va cercata nel tramonto del bar, un’istituzione che sapeva trasmettere da una generazione all’altra quei valori di civiltà che non potranno mai rientrare nei programmi scolastici.

[Ermanno Cavazzoni, Almanacco 2016, Esplorazioni sulla via Emilia, Quodlibet, 2016]

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Nov 28

Manuale pratico di giornalismo disinformato | Paolo Nori

mi ero messo a fare quella lista di cose che succedevano, ma piccole, per esempio […] tutte le volte che stavi facendo una cosa e non riuscivi a finirla perché stava venendo su il caffè. Oppure le volte che aspettavi una lettera, ma urgente, e arrivavi a casa di corsa, e nella cassetta delle lettere c’eran una bolletta. […] O quando stavi camminando per strada e ti fermavi perché ti eri dimenticato qualcosa, e ti veniva da pensare che quello che avevi appena fatto, quel fermarti all’improvviso, era un gesto così umano, così tuo, che valeva la pena dimenticarsi qualcosa per fare quel gesto lì. O quando giocavi a pallone, da piccolo, che facevi una bella azione, o un gol, e poi avevi l’impressione che tutti ti guardavano, e non sapevi dove mettere le mani, le gambe, che faccia fare, che atteggiamento prendere, e sentivi il tuo corpo come di troppo, e volevi sparire.

Una cosa che trasformava una giornata normale in una bella giornata, per me, la maggior parte delle volte, non era un evento atmosferico, sentimentale o un progresso nella politica internazionale, o un’opera d’arte, no, era un bonifico.
Era la scritta: “Bonifico a vostro favore” […]

Come quando Daguntaj, era piccola, l’ero andata a prendere all’asilo, era la prima volta che l’andavo a prendere all’asilo, e avevo visto questa bambina minuscola, sarà stata alta, quanto sarà stata alta?, settantacinque centimetri, che mi aveva visto aveva cominciato a corrermi incontro come forse contentissima, di vedermi, e io pensare che al mondo ci fosse qualcuno che era così contento, di vedermi, io non ci credevo.

[…] ma cos’è una moglie? La vedi a pranzo e a cena. Ci vai a letto insieme. La domenica la porti al cinema. Mettete da parte i soldi per comprare una casa in periferia. Buongiorno, Bagaglio! Buonanotte, Emma! Ha le labbra fresche e minuscole lentiggini intorno al naso. Le vedi solo quando la baci.
Ecco

[…] era anche domenica, che la domenica non è un giorno normale, è domenica, e ferisce già anche senza bisogno che succeda niente […]

[Paolo Nori, Manuale pratico di giornalismo disinformato, Marcos y Marcos, 2015]

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Nov 08

Sono socievole fino all’eccesso | Ugo Cornia

“quelli che noi chiamiamo mostri, non lo sono per Dio, che vede nell’immensità della sua opera l’infinità delle forme che vi ha compreso, e c’è da credere che la forma che ci stupisce abbia un rapporto e una relazione con qualche altra forma dello stesso genere sconosciuta all’uomo. Dalla sua perfetta sapienza non procede nulla che non sia buono e comune e normale; ma noi non ne vediamo la concordanza e la relazione… noi chiamiamo contro natura quello che avviene contro la consuetudine non c’è niente se non secondo essa, qualunque cosa sia.[…]”

E la fiducia si radica su una base di bontà e su una continua attenzione a sforzarsi di annullare l’odio.

“Abbiamo un bel montare sui trampoli, perché anche sui trampoli bisogna camminare con le nostre gambe. E sul più alto trono del mondo non siamo seduti che sul nostro culo.”

[Ugo Cornia, Sono socievole fino all’eccesso, Marcos y Marcos, 2015]

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